La retorica sovranista e le promesse di “battere i pugni a Bruxelles” finiscono ancora una volta sotto i piedi dei burocrati comunitari. Al vertice europeo sui costi dell’energia, Giorgia Meloni si ripresenta con il cappello in mano insieme al premier greco Kyriakos Mitsotakis per elemosinare margini di flessibilità fiscale, ma di fronte al primo “no” della Commissione europea finisce per allinearsi senza opporre la minima resistenza. Il risultato? L’ennesima resa al rigore di Bruxelles, con il governo che rinuncia a difendere imprese e famiglie per non scontentare i mercati e i falchi del Nord.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha messo subito in chiaro la linea: in una fase di tassi d’interesse elevati, il Patto di Stabilità resta cieco e intoccabile. Nessun margine di deficit per contrastare i rincari, nessuna deroga alle regole contabili. Una chiusura totale davanti alla quale la premier ha preferito abbozzare e chinare il capo.
Il trucco del “decreto Bollette”: la tassa Ets finisce dritta in fattura
Non potendo spingere sui saldi di bilancio per stanziare aiuti veri, il governo Meloni ha preferito ricorrere a un discutibile gioco di prestigio contabile, trovando l’immediata sponda di Bruxelles. Il tanto strombazzato “decreto Bollette” concordato con la Commissione non taglia di un centesimo la spesa complessiva, ma si limita a truccare la voce di costo.
L’idea dell’esecutivo è togliere la tassa sui certificati di CO2 (l’Ets) dal meccanismo di formazione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità per scaricarla direttamente come voce separata nelle bollette dei cittadini. Una scommessa azzardata e un raggiro grafico: Palazzo Chigi spera che il prezzo all’ingrosso scenda quel tanto che basta da mascherare il rincaro della voce Ets, scaricando interamente il rischio d’impresa e le oscillazioni di mercato sulle spalle degli utenti finali.
La rinuncia allo scostamento e l’asse del Nord che impone la linea
Di fronte al blocco dei Paesi rigoristi — guidato da Germania, Olanda e Francia, irremovibili nel negare qualsiasi spesa straordinaria per l’emergenza energetica —, Meloni ha scelto di non dare battaglia. Invece di pretendere uno scostamento di bilancio per salvare la produzione manifatturiera e proteggere il potere d’acquisto degli italiani, la premier si è accontentata del contentino concesso dall’UE: la possibilità di scorporare dal bilancio ordinario solo una manciata di progetti legati alla transizione verde.
Mentre le bollette tornano a salire e le imprese affondano sotto il peso dei costi di produzione, la linea dell’esecutivo appare chiarissima: pur di rimanere nelle grazie di Bruxelles, i vincoli di bilancio dell’Unione Europea non si toccano. A pagare il conto, come sempre, saranno i cittadini.





