mercoledì 19 Agosto 2026
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Social freezing, Fossi propone un fondo nazionale per preservare la fertilità

La proposta di legge depositata alla Camera da Emiliano Fossi punta a creare un fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029

Di Redazione
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Il tema della preservazione della fertilità entra con maggiore forza nel dibattito politico nazionale. Il deputato del Partito Democratico e segretario regionale del toscano Emiliano Fossi ha annunciato il deposito alla di una proposta di legge dedicata al cosiddetto , cioè alla crioconservazione degli ovociti per finalità non legate a una patologia. L’obiettivo dichiarato consiste nel rendere economicamente più accessibile una procedura che oggi, in gran parte dei casi, resta a carico delle donne e può comportare una spesa significativa. La proposta punta in particolare a intervenire sulle disuguaglianze economiche e territoriali, evitando che la possibilità di preservare la propria fertilità dipenda esclusivamente dalla disponibilità economica o dal luogo di residenza.

Il progetto prevede la costituzione di un Fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di l’anno per il periodo 2027-2029. Attraverso queste risorse, la proposta mira a riconoscere un contributo fino a 3.000 euro alle donne che rientrano nei requisiti stabiliti. Il testo indica una fascia di età compresa tra i 25 e i 39 anni e un limite ISEE di 30mila euro. La misura, quindi, non configurerebbe un sostegno generalizzato per tutte le donne che scelgono il social freezing, ma concentrerebbe le risorse pubbliche sulle persone che rispettano determinati criteri anagrafici ed economici.

La proposta nasce dal modello sperimentato in Toscana

La proposta nazionale prende spunto dall’esperienza avviata in Toscana, dove il Partito Democratico regionale ha presentato una misura specifica per sostenere economicamente il social freezing. Il progetto toscano prevede un contributo massimo di 3.000 euro, riconoscibile una sola volta nella vita, per le donne tra i 25 e i 39 anni residenti nella da almeno un anno e con un ISEE non superiore a 30mila euro. La proposta regionale prevede inoltre una per le richiedenti con i redditi più bassi, con l’obiettivo di concentrare il sostegno sulle fasce maggiormente esposte alle difficoltà economiche.

Nel caso della proposta nazionale di Emiliano Fossi, il passaggio dalla dimensione regionale a quella statale rappresenta il punto centrale dell’iniziativa. Il deputato dem sostiene infatti la necessità di evitare una situazione nella quale l’accesso al sostegno cambi sensibilmente in base alla regione nella quale vive una donna. “Non possiamo lasciare che la possibilità di programmare la propria genitorialità dipenda dalla residenza”, ha dichiarato Fossi, spiegando la logica alla base del progetto. L’idea consiste quindi nel creare uno strumento nazionale che possa affiancare le iniziative già avviate o discusse in diverse regioni italiane.

Dalla Puglia alla Toscana, le prime esperienze regionali

Il dibattito sul finanziamento pubblico del social freezing non nasce però con la proposta depositata alla Camera. La Puglia ha introdotto una delle prime misure regionali dedicate alla preservazione della fertilità per fini sociali. Il programma prevede un contributo fino a 3.000 euro e si rivolge alle donne tra i 27 e i 37 anni residenti in Puglia da almeno dodici mesi, con un ISEE non superiore a 30mila euro. Le risorse possono coprire, secondo le regole previste dal programma regionale, le spese documentate relative alla crioconservazione degli ovociti, mentre alcune voci restano escluse.

La Toscana ha successivamente sviluppato un’altra proposta, con una fascia anagrafica più ampia, compresa tra i 25 e i 39 anni. Il progetto regionale prevede 300mila euro all’anno per il triennio 2026-2028 e punta a finanziare circa 100 procedure ogni anno. Il confronto tra le esperienze regionali ha contribuito a portare il tema sul piano nazionale, anche perché la distribuzione delle opportunità resta oggi disomogenea. La proposta di Fossi punta proprio a superare questa frammentazione attraverso un fondo specifico destinato all’intero territorio italiano.

Che cos’è il social freezing e perché il tema divide

Il social freezing consiste nella raccolta e nella crioconservazione degli ovociti con l’obiettivo di conservarne le caratteristiche biologiche in un’età nella quale la fertilità risulta generalmente più elevata, per poterli eventualmente utilizzare in futuro. Il percorso prevede una fase di stimolazione ovarica, il monitoraggio della crescita follicolare, il prelievo degli ovociti e la successiva vitrificazione. La procedura non offre però la certezza di una gravidanza futura e non può considerarsi una garanzia contro il naturale declino della fertilità legato all’età.

Il tema presenta quindi aspetti sia sanitari sia sociali. Da una parte, la crioconservazione può offrire una possibilità aggiuntiva a donne che desiderano rinviare il progetto di maternità; dall’altra, il costo della procedura può rappresentare un ostacolo rilevante. In assenza di un sostegno pubblico uniforme, l’accesso dipende infatti dalle possibilità economiche individuali e dalle condizioni offerte dalle strutture sanitarie disponibili sul territorio. La proposta nazionale punta proprio a intervenire su questo squilibrio economico e territoriale.

Il nodo della denatalità e della di scelta

La discussione sul social freezing si inserisce anche nel più ampio problema della denatalità italiana. L’ dell’età alla quale molte donne affrontano la maternità rende sempre più centrale il tema della fertilità e delle condizioni che permettono di conciliare lavoro, vita personale e progetto familiare. La proposta di Emiliano Fossi collega quindi il sostegno alla crioconservazione a una questione più ampia, nella quale entrano le condizioni economiche, i tempi del lavoro, la personale e la possibilità di decidere liberamente quando affrontare una gravidanza.

“Sul social freezing esistono già in Parlamento altre proposte, anche del Partito Democratico, che affrontano il tema in una prospettiva più ampia e collegata ai Lea”, ha spiegato Fossi. Secondo il deputato, intervenire con un fondo sperimentale consentirebbe di ottenere risultati più rapidamente rispetto a una riforma complessiva dei Livelli essenziali di assistenza, che richiederebbe un iter parlamentare più articolato. La proposta prevede infatti una durata triennale e lascia aperta la possibilità di trasformare successivamente l’intervento in una disciplina nazionale più ampia.

Il percorso parlamentare dovrà ora chiarire modalità di accesso, criteri applicativi, coperture finanziarie e tempi di attuazione. Il contributo da 3.000 euro non rappresenta quindi, allo stato attuale, un bonus già disponibile a livello nazionale, ma una misura contenuta in una proposta di legge che dovrà affrontare l’iter parlamentare. Il punto politico centrale resta la volontà di trasformare un’opportunità oggi accessibile in modo molto diverso sul territorio in uno strumento sostenuto dallo Stato. Il confronto sulla proposta potrà così riaprire anche la discussione più generale sul rapporto tra politiche per la fertilità, libertà di scelta, e contrasto alla denatalità.

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