La morsa dei rincari energetici torna a soffocare famiglie e lavoratori, minacciando di paralizzare la mobilità nelle principali città italiane. Con il gasolio che in autostrada sfiora la soglia psicologica dei 2,5 euro al litro, la protesta del trasporto pubblico non di linea è pronta a montare. I sindacati dei taxi hanno lanciato un ultimatum al governo Meloni: senza una risposta immediata e un tavolo di confronto urgente con i ministeri competenti, il fermo nazionale del servizio diventerà inevitabile.
A guidare la mobilitazione sono Unica Taxi Filt Cgil e Uiltrasporti, che denunciano una condizione ormai insostenibile per la categoria, stretta tra tariffe comunali bloccate e costi d’esercizio fuori controllo. «Da tempo ormai abbiamo chiesto un incontro al Mit e ancora non abbiamo ricevuto risposta», attacca Nicola Di Giacobbe di Unica Taxi Filt Cgil. «Sono rimasti in sospeso il Dpcm sull’uso e il ruolo delle piattaforme tecnologiche. Non vogliamo che questo diventi uno strumento per il caporalato tecnologico in questi servizi. E il governo tace. La situazione è insostenibile: serve un incentivo fiscale o la possibilità di tariffe differenziate. Se non c‘è confronto, siamo pronti alla mobilitazione».
Il nodo dei decreti attuativi e la concorrenza sleale
A pesare non è soltanto il prezzo della benzina alla pompa. La rabbia dei conducenti affonda le radici nella mancata applicazione della riforma del settore, ferma da anni nei cassetti ministeriali. Massimo Longo, responsabile taxi della Uiltrasporti, evidenzia come l’impennata dei listini abbia fatto solo da detonatore a problemi strutturali mai risolti: «L’idea di uno sciopero c’è. Il problema è molto più ampio: il decreto attuativo sul RENT (Registro elettronico NCC e Taxi) e quello sul foglio elettronico sono fermi da sette anni. A questo si aggiunge l’abusivismo degli NCC che operano nella nebbia. Se il governo non ci chiama, il fermo del servizio è l’unica strada».
La mossa di Eni e le misure del Mef
Mentre il Ministero dell’Economia studia possibili interventi selettivi per mitigare l’impatto dell’inflazione energetica, dal settore privato arriva la prima contromossa. A partire da lunedì 28 settembre, Eni ha deciso di applicare un “price cap” temporaneo di 30 giorni sulla rete Enilive: la benzina non potrà superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19 euro. Una misura che coinvolge quasi 4.000 distributori in tutta Italia, garantendo tagli fino a 8 euro per un pieno da 50 litri, ma che lascia allo scoperto oltre 16mila impianti della concorrenza, confermando l’urgenza di un piano d’impatto statale per scongiurare il blocco dei trasporti.





