(Adnkronos) – “Sono davvero felice che questo premio sia andato a un libro di racconti. Io vengo dall’Argentina e, di conseguenza, vengo da una tradizione di novellieri: tutti gli scrittori argentini sono anche novellieri. È un genere che amo moltissimo per la sua intensità, per il modo che ha di convocare il lettore”. Così Samanta Schweblin, scrittrice argentina vincitrice del Premio Malaparte 2026, racconta il suo rapporto con il racconto, genere centrale nella sua produzione letteraria.
“Quando scrivo, penso immediatamente al racconto. È il genere che mi chiama e che convoca la mia attenzione. Nel caso di alcune storie, però, sento che fallisco nel raccontare tutto quello che vorrei in un racconto e che ho bisogno di 250 pagine anziché 20. Quindi, per me, il romanzo è laddove non riesco a condensare in un racconto quello che voglio dire”, spiega l’autrice, premiata a Capri. Ma la scrittura, per Schweblin, è soprattutto uno strumento per confrontarsi con ciò che più ci spaventa. “Per me la scrittura è un modo per avvicinarmi e avvicinarci alle cose che ci fanno paura, alle cose che ci suscitano angoscia, alle cose che, in generale, ci costa fatica affrontare o che ci risultano difficili. E questo è inevitabilmente, indissolubilmente legato alle fragilità, alle nostre paure”, dice.
“Penso che ci sia qualcosa nella scrittura che ci consente di mettere in pratica le nostre paure, di misurarci con come reagiremmo, con quello che succederebbe se una determinata situazione arrivasse a verificarsi. Ci permette, per esempio, di chiederci quanto dolore sentiremmo in una determinata circostanza”, aggiunge la scrittrice, secondo cui “la letteratura è uno straordinario strumento che ci consente di avvicinarci alle nostre paure e di comprenderle”. E conclude: “Io scrivo per le stesse ragioni per cui leggo”. Per Schweblin “la letteratura ha anche la capacità di mettere in discussione ciò che consideriamo naturale o possibile. Credo che la letteratura ci aiuti a ricollegarci con qualcosa che potremmo definire originale, autentico, perché permette di smantellare alcuni costrutti che naturali non sono”. La narrativa, conclude, “è il luogo che ci permette di spostare un po‘ questi limiti e di collocarli in uno spazio più autentico”.
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