mercoledì 7 Ottobre 2026

Ultimatum di FdI sul voto a maggio: Lega e Forza Italia dicono no per non sparire

Tensioni fortissime nella maggioranza alla vigilia del voto finale a Montecitorio: la premier punta alle elezioni anticipate, ma gli alleati dicono no per evitare il massacro nei collegi

Di Redazione
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La vigilia del voto finale sulla riforma della legge elettorale a Montecitorio trasforma il Transatlantico in una polveriera di , veleni e franchi tiratori. Lo scontro interno si consuma senza più filtri sulla data di fine legislatura: da un lato Giorgia Meloni spinge per premere sull’acceleratore e andare al voto anticipato a maggio, dall’altro Matteo Salvini e Antonio Tajani fanno muro per rinviare il momento delle urne ed evitare un pesante ridimensionamento dei propri gruppi parlamentari.

La resistenza di Lega e Forza Italia contro le urne anticipate

Né la Lega né Forza Italia hanno intenzione di cedere all’ipotesi di elezioni a primavera, posizione condivisa apertamente anche dal leader di Noi Moderati . Per gli alleati minori della coalizione, un ritorno anticipato alle urne rappresenta un vero e proprio incubo tattico: le rilevazioni elettorali indicano un calo di che rischia di dimezzare la presenza delle due forze politiche in .

I vertici leghisti stanno lavorando per blindare il testo di riforma — che supera i collegi uninominali — cercando di convincere i deputati più riottosi a votare a favore. Tuttavia, il messaggio fatto filtrare da Fratelli d’Italia, secondo cui un’eventuale della riforma porterebbe direttamente allo scioglimento delle Camere, viene vissuto da Salvini e Tajani come un vero e proprio ricatto per forzare la mano sulle urne a maggio.

I conti di FdI sui franchi tiratori e le insidie di Montecitorio

All’interno del partito della non si nascondono le difficoltà strategiche della coalizione. Galeazzo , capogruppo di FdI alla Camera, ha confermato come il dibattito sulla legge elettorale sia legato all’orizzonte della legislatura, sottolineando che gli alleati stiano legittimamente cercando di gestire le proprie difficoltà di consenso interno.

Dopo la prova della fiducia, gli uffici di via della Scrofa hanno calcolato che per far cadere la legge al voto finale servirebbero almeno 45 franchi tiratori. Una soglia numericamente alta, che include anche possibili sponde con l’ dem, ma che non basta a tranquillizzare il partito di maggioranza relativa di fronte al malumore strisciante tra i banchi di Lega e Forza Italia.

Le incognite costituzionali e il fronte siciliano

A complicare la partita interviene anche il fattore giudiziario e costituzionale. A Palazzo Chigi si teme un possibile stop da parte della Corte costituzionale sul premio di maggioranza al previsto su scala nazionale, in potenziale contrasto con l’articolo della Costituzione che impone l’assegnazione dei seggi su base regionale. Una mina vagante che rischia di esplodere poco prima delle prossime politiche.

Parallelamente, la stabilità del centrodestra vacilla anche a livello locale. In Sicilia, Forza Italia ha scaricato il governatore Renato Schifani in seguito alle inchieste giudiziarie che hanno travolto la giunta, con il presidente della Regione che ora minaccia le dimissioni e apre la strada al rischio concreto di un voto anticipato anche nell’isola.

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