Un vero e proprio pugno di ferro sulle dinamiche parlamentari per soffocare il dibattito e mettere al sicuro la nuova legge elettorale. Montecitorio ha incassato l’ennesimo via libera con 228 sì, 144 no e 3 astenuti sulla questione di fiducia posta dall’esecutivo sull’articolo 3, la norma che ridefinisce a tavolino i confini territoriali dei collegi uninominali del Senato nella Provincia autonoma di Bolzano.
Successivamente, con voto palese, è arrivato l’ok all’articolo 8 (214 sì e nessun contrario) sul diritto di voto per gli elettori fuori sede e i caregiver alle politiche, europee e referendum. Una concessione formale su cui le opposizioni si sono astenute, bollandola come un “passo del tutto insufficiente” a coprire la natura autoritaria dell’intera manovra riformatrice.
La tagliola sulle opposizioni e il caso Vannacci
Con la conclusione dell’esame blindato degli articoli, la Camera passa ora all’esame di una quarantina di ordini del giorno. Tra questi pesano le mosse della fronda interna guidata dal generale Vannacci, che torna alla carica su nodi altamente divisitivi: il ripristino delle preferenze, le maglie sulla raccolta firme e il siluramento dei vincoli sulla parità di genere.
Per far passare il testo, l’esecutivo ha dovuto finora azionare la clava della fiducia a ripetizione (226 sì sull’articolo 1 e 227 sull’articolo 2), garantendosi uno scarto di oltre settanta voti grazie al precettamento di massa: ministri, viceministri e sottosegretari sono stati schierati in Aula per sorvegliare a vista i banchi e scongiurare sbandamenti.
Domani il voto segreto: il “ricatto” delle urne contro i franchi tiratori
Tutti i veleni si concentrano ora sulla giornata di domani, giovedì 8 ottobre, quando la riforma affronterà lo scoglio del voto finale a scrutinio segreto. Un terreno minato che terrorizza i vertici di Palazzo Chigi: il fantasma della pesante bocciatura subita a luglio sulle preferenze, proprio al riparo dell’urna segreta, è più vivo che mai.
Per sterilizzare il rischio di trappole e vendette interne da parte dei franchi tiratori della sua stessa maggioranza, Giorgia Meloni ha calato l’ultimatum finale: se la legge viene affossata o stravolta, si va subito allo scioglimento delle Camere e al voto anticipato. Un vero e proprio ricatto sulla truppa parlamentare che fotografa il clima di sfiducia e paranoia all’interno della coalizione, già divisa sul toto-date per la fine della legislatura.





