Un terremoto politico rischia di abbattersi sulla Regione Siciliana e di travolgere i piani strategici del centrodestra a livello nazionale. Il presidente della Regione, Renato Schifani, ha convocato per domani una riunione urgente della Giunta a Palazzo d’Orléans inserendo all’ordine del giorno i “provvedimenti più urgenti”. Una mossa che fa da preludio all’annuncio ufficiale delle sue dimissioni, paventate dopo un duro strappo interno alla coalizione.
A scatenare la reazione del governatore sono state le dichiarazioni del commissario di Forza Italia nell’isola, Nino Minardo, uomo molto vicino al segretario azzurro Antonio Tajani, che ha parlato apertamente di una “grande richiesta di cambiamento”, lasciando inteso il mancato sostegno alla ricandidatura di Schifani. Pronta la replica dell’ex presidente del Senato: «Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo. In queste ore sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve».
Lo stop al CSM e il siluramento sulla ricandidatura
Dietro la fiammata siciliana si cela un intricato incastro di nomine e bilanciamenti politici con Roma. Consapevole che la partita per un secondo mandato a Palazzo d’Orléans è ormai chiusa — con i motori già caldi per la candidatura del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè —, Schifani mirava a una casella di prestigio al Consiglio Superiore della Magistratura.
Quando gli è stato comunicato il tramonto definitivo dell’ipotesi CSM, il governatore è andato su tutte le furie, sfruttando le uscite di Minardo per lanciare un ultimatum ai vertici nazionali del centrodestra. Minardo ha poi tentato una mezza marcia indietro proponendo un vertice chiarificatore a Roma alla presenza di Tajani, ma la minaccia di dimissioni immediate resta sul tavolo.
Il trappolone per l’Election Day di maggio
La mossa di Schifani rischia di far saltare i piani elaborati dagli strategist di Palazzo Chigi. La strategia del governo Meloni prevedeva infatti di programmare le elezioni regionali siciliane a maggio, accorpandole in un unico Election Day alle prossime politiche e alle amministrative nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna).
Poiché nei grandi centri urbani il centrosinistra parte storicamente favorito, la vittoria del centrodestra in Sicilia avrebbe dovuto fare da contrappeso politico ed elettorale a livello nazionale. Per completare il quadro, a Schifani sarebbe stato chiesto di rassegnare le dimissioni soltanto a inizio anno, tra febbraio e marzo, in modo da riallineare i tempi elettorali.
Scegliendo di dimettersi subito, Schifani porterebbe la Sicilia al voto anticipato entro un paio di mesi, mandando in fumo la compensazione studiata per l’Election Day di primavera e lasciando scoperta la coalizione. Ora Tajani e Meloni si trovano costretti a trattare a oltranza per disinnescare la bomba e individuare una ricompensa politica in grado di placare il governatore prima dell’avvio della Giunta.





