domenica 11 Ottobre 2026
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Ranucci: “Voglio fare il giornalista, ma sono a disposizione della società”

Il giudice del Lavoro respinge il ricorso urgente per il reintegro di Sigfrido Ranucci alla guida dello storico programma di Rai3. Tra le motivazioni emerge il clima di forte tensione interna alla redazione, pur con il duro richiamo del magistrato sulle "pressioni imperative del Governo" per la rimozione. Il giornalista incassa con amarezza la nota dei colleghi e affila le armi legali per il fronte disciplinare e penale

Di Redazione
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La prima battaglia legale si chiude con una pesante bocciatura, ma la guerra giudiziaria e politica attorno al futuro di è appena all’inizio. Il Tribunale del Lavoro di Roma ha respinto il ricorso d’urgenza con cui l’ormai ex conduttore e autore di Report chiedeva il reintegro immediato alla guida della trasmissione di . Una decisione che congela l’estromissione decisa da Viale Mazzini a fine agosto e lascia il giornalista davanti a un bivio professionale ed esistenziale: «Io vorrei fare il giornalista, se poi non me lo permetteranno o non arriveranno altre offerte, allora qualcosa dovrò inventarmi per mettermi a disposizione della società, ma sempre dalla parte dei fragili e dei più deboli».

Il pronunciamento del magistrato rappresenta soltanto il primo capitolo di una complessa partita su fronti distinti che il team di legali del giornalista, guidato dal professor Roberto De Vita, affronterà nei prossimi giorni: la possibilità di reclamo al collegio contro il al reintegro, l’impugnazione della sospensione di dieci giorni senza stipendio comminata dalla Rai — di cui l’azienda rifiuta di mostrare le carte probatorie — e, soprattutto, l’inchiesta penale per la bomba esplosa sotto l’abitazione del conduttore, il cui mandante reo confesso è l’ex faccendiere Valter Lavitola.

La giudice attacca l’esecutivo: “Dichiarazioni imperative dei ministri per rimuoverlo”

L’ordinanza del Tribunale del Lavoro lascia sul campo un quadro terremotato e pesanti ombre sulla governance dell’emittente pubblica. Nel motivare il provvedimento, la giudice ha infatti verbalizzato senza mezze misure l’esistenza di un pesante condizionamento politico verticistico: le dichiarazioni pubbliche e gli attacchi sferrati a mezzo da autorevoli esponenti dell’esecutivo contenevano «richieste più o meno velate ma dal tono imperativo di rimozione del dottor Ranucci», confermando le spietate «pressioni esercitate sui vertici della Rai dalla maggioranza».

Un richiamo severissimo alla responsabilità istituzionale della politica che azzera la retorica difensiva di Viale Mazzini, la quale ha tentato fino all’ultimo di far passare l’estromissione del giornalista per una semplice ed ordinaria riorganizzazione palinsestuale.

Redazione spaccata e l’amarezza di Ranucci: “Potevano parlare prima”

A pesare in modo determinante sulla decisione di negare il reintegro d’urgenza è stato tuttavia il fattore interno: il giudice ha citato espressamente il di forte tensione e sfiducia strisciante maturato all’interno della redazione di Report nei mesi successivi al dilagare del caso Lavitola. Un passaggio che ha costretto i redattori del a rompere il silenzio con una nota pubblica per rigettare la narrazione «di una redazione divisa tra traditori e collaborazionisti», ribadendo di non aver mai sfiduciato il fondatore e rivendicando la totale indipendenza da qualsiasi gruppo di potere.

Le precisazioni dei colleghi e della nuova co-conduttrice Claudia Di Pasquale non hanno però addolcito l’amarezza del giornalista: «Magari potevano mandarlo un po’ prima un comunicato così, in maniera anche forte», è stato il commento gelido di Ranucci. Mentre la trasmissione si appresta ad andare in onda priva del suo volto storico, per il giornalista si apre ora la delicatissima fase della in , dove dovrà chiarire davanti ai magistrati i contorni e la reale natura dei suoi passati rapporti con Lavitola.

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