giovedì 15 Ottobre 2026

Il Sud in rivolta contro il caro-gasolio: il governo Meloni scappa e Salvini sparisce

Camionisti, agricoltori e pescatori bloccano le autostrade in Puglia, Calabria e Sicilia contro la stangata da 2,25 euro al litro. Scaduti gli sconti fiscali e sparito nel nulla il decreto sulle accise, da Palazzo Chigi arriva solo il silenzio. E il ministro Salvini si rifiuta persino di incontrare i lavoratori.

Di Redazione
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Mentre Palazzo continua a vendere ai cittadini la storiella di un’Italia felice e prospera, nel Paese reale il e del lavoro sta facendo saltare per aria l’intera filiera produttiva. Da giorni il Mezzogiorno è teatro di una maxi-protesta popolare che sta paralizzando le arterie autostradali e i nodi strategici della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Tir fermi ai caselli, trattori in strada, ambulanti, pescatori e armatori uniti in una sola voce: il prezzo del gasolio sfonda quota 2,25 euro al litro e lavorare è diventato una al fallimento.

A far scoppiare l’incendio è stata la scellerata decisione del governo di lasciar scadere l’ultimo sconto fiscale sul carburante senza muovere un dito per rinnovarlo. Il fantomatico decreto sulle “accise mobili”, sbandierato a dalla di maggioranza per placare gli animi, in non è mai arrivato.

Il conto da incubo dei e il rifiuto di Salvini al confronto

I numeri portati in piazza dai manifestanti dipingono il quadro di un massacro economico. Per un camionista, fare un pieno che prima costava 1.500 euro oggi ne richiede ben 2.500: un salasso da 1.000 euro in più ogni quattro giorni di lavoro. In Sicilia le imprese di trasporto stimano perdite secche fino a 900 euro al giorno per ciascun mezzo. La gente non ce la fa più, e l’immagine simbolica dell’autista in lacrime sull’asfalto all’imbocco dell’A2 a Pizzo dimostra la disperazione in cui la politica ha precipitato il Paese.

E di fronte a questo disastro, cosa fa l’esecutivo? Scappa. Le associazioni di categoria chiedono un tavolo di emergenza da settimane, ma il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo viceministro Rixi hanno ben pensato di voltarsi dall’altra parte, rifiutando persino di rispondere alle richieste d’incontro avanzate dai rappresentanti degli autotrasportatori.

La protesta dilaga verso Roma: l’ottusità del governo rischia di paralizzare il Paese

La risposta di Palazzo Chigi è stata la solita misura pezza: un piccolo sconto concesso da Eni al gasolio agricolo che lascia fuori proprio i camionisti e gli autotrasportatori. Un contentino ridicolo di fronte a un’inflazione energetica spinta dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, che richiederebbe invece tagli strutturali immediati, un tetto ai prezzi del carburante e il ripristino istantaneo dei crediti d’imposta.

La rabbia dei lavoratori ora minaccia di travolgere il governo: la Sicilia e la Calabria annunciano il fermo totale dei tir e dei porti fino al 20 ottobre, la ha già portato la protesta degli davanti a Montecitorio e per il 22 e il 27 ottobre sono previste nuove invasioni di piazza a Roma. Quando il lavoro si ferma, si ferma il Paese. E la di questo blocco ha un nome e un cognome ben precisi: Giorgia Meloni e la sua squadra di governo.

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