Mentre Palazzo Chigi continua a vendere ai cittadini la storiella di un’Italia felice e prospera, nel Paese reale il costo della vita e del lavoro sta facendo saltare per aria l’intera filiera produttiva. Da giorni il Mezzogiorno è teatro di una maxi-protesta popolare che sta paralizzando le arterie autostradali e i nodi strategici della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Tir fermi ai caselli, trattori in strada, ambulanti, pescatori e armatori uniti in una sola voce: il prezzo del gasolio sfonda quota 2,25 euro al litro e lavorare è diventato una condanna al fallimento.
A far scoppiare l’incendio è stata la scellerata decisione del governo di lasciar scadere l’ultimo sconto fiscale sul carburante senza muovere un dito per rinnovarlo. Il fantomatico decreto sulle “accise mobili”, sbandierato a parole dalla propaganda di maggioranza per placare gli animi, in Gazzetta Ufficiale non è mai arrivato.
Il conto da incubo dei lavoratori e il rifiuto di Salvini al confronto
I numeri portati in piazza dai manifestanti dipingono il quadro di un massacro economico. Per un camionista, fare un pieno che prima costava 1.500 euro oggi ne richiede ben 2.500: un salasso da 1.000 euro in più ogni quattro giorni di lavoro. In Sicilia le imprese di trasporto stimano perdite secche fino a 900 euro al giorno per ciascun mezzo. La gente non ce la fa più, e l’immagine simbolica dell’autista in lacrime sull’asfalto all’imbocco dell’A2 a Pizzo dimostra la disperazione in cui la politica ha precipitato il Paese.
E di fronte a questo disastro, cosa fa l’esecutivo? Scappa. Le associazioni di categoria chiedono un tavolo di emergenza da settimane, ma il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e il suo viceministro Rixi hanno ben pensato di voltarsi dall’altra parte, rifiutando persino di rispondere alle richieste d’incontro avanzate dai rappresentanti degli autotrasportatori.
La protesta dilaga verso Roma: l’ottusità del governo rischia di paralizzare il Paese
La risposta di Palazzo Chigi è stata la solita misura pezza: un piccolo sconto concesso da Eni al gasolio agricolo che lascia fuori proprio i camionisti e gli autotrasportatori. Un contentino ridicolo di fronte a un’inflazione energetica spinta dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, che richiederebbe invece tagli strutturali immediati, un tetto ai prezzi del carburante e il ripristino istantaneo dei crediti d’imposta.
La rabbia dei lavoratori ora minaccia di travolgere il governo: la Sicilia e la Calabria annunciano il fermo totale dei tir e dei porti fino al 20 ottobre, la CIA ha già portato la protesta degli agricoltori davanti a Montecitorio e per il 22 e il 27 ottobre sono previste nuove invasioni di piazza a Roma. Quando il lavoro si ferma, si ferma il Paese. E la responsabilità di questo blocco ha un nome e un cognome ben precisi: Giorgia Meloni e la sua squadra di governo.





