L’incapacità dell’Unione Europea di esprimere una leadership politica unitaria si è consumata nell’ennesimo vertice di Bruxelles, trasformato in una rissa notturna sui conti pubblici europei per il periodo 2028-2034. Dietro la retorica dell’integrazione, il vertice dei ventisette Capi di Stato e di Governo ha mostrato il volto di un’Europa paralizzata dai sovranismi interni e dall’austerità. La bozza delle conclusioni ha dovuto stralciare la scadenza per l’accordo originariamente prevista entro dicembre, sostituendola con un ambiguo impegno a trovare un’intesa in tempi utili, segnale evidente che il bilancio pluriennale rischia uno slittamento di oltre un anno.
A guidare il fronte del rigore è il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che al vertice ha coagulato la spinta dei Paesi cosiddetti “frugali” come Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Di fronte alla proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen per un bilancio da quasi duemila miliardi di euro, il blocco rigorista ha respinto anche il compromesso al ribasso presentato dall’Irlanda con un taglio dell’8%, esigendo sforbiciate ancora più drastiche e rigettando categoricamente sia l’introduzione di nuove risorse proprie comunitarie sia l’emissione di nuovo debito comune.
Il miraggio della difesa europea e la resa su Kiev
Il prezzo politico di questo arroccamento finanziario ricade direttamente sulla gestione della crisi ucraina. Nonostante la presenza a Bruxelles del presidente Volodymyr Zelensky e i drammatici report dell’intelligence sulla carenza di munizionamento per la difesa aerea Patriot, nella bozza finale del vertice non figura alcun nuovo fondo destinato al sostegno militare di Kiev. L’Unione Europea si è limitata a inserire un generico invito a intensificare gli sforzi, confermando l’assoluta mancanza di risorse per il capitolo della Difesa comune nell’architettura finanziaria dell’Unione.
Allo stesso tempo, la fermezza di facciata dell’Alta rappresentante Kaja Kallas sul controllo dei beni russi congelati si scontra con il niet della Germania alla proposta di Washington di trasferire parte delle risorse a un’entità americana. Un’impasse che lascia l’Europa in balia degli eventi internazionali, costretta ad attendere l’esito delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti prima di comprendere se vi saranno margini per modificare la linea di Washington sul dossier energetico e militare.
L’irrilevanza della linea Meloni e l’avanzata della destra tedesca
In questo scenario di frammentazione, la posizione dell’Italia evidenzia la sostanziale irrilevanza del governo Meloni sui grandi dossier finanziari dell’Unione. Pur essendosi allineata al gruppo dei diciassette Paesi “amici della coesione” insieme alla Spagna di Pedro Sánchez per difendere i fondi regionali e agricoli minacciati dai tagli dei frugali, Giorgia Meloni si trova priva di leve negoziali di fronte al muro alzato da Berlino. La presidente del Consiglio subisce l’asse del rigore senza essere in grado di proporre una sintesi comunitaria, schiacciata tra le direttive tedesche e la pressione delle forze sovraniste continentali.
La paralisi di Bruxelles risponde infatti a precise dinamiche di politica interna. L’ombra delle prossime scadenze elettorali in Francia e in Italia, unita ai successi elettorali dell’AfD in Germania, sta spingendo i leader europei a trincerarsi dietro la tutela dei singoli interessi nazionali. L’incapacità dell’Unione di garantire un sostegno economico strutturato e di pianificare una politica migratoria e d’accoglienza coordinata dimostra come la narrazione dell’efficienza europea sbandierata dalle forze di maggioranza sia nei fatti smentita dai numeri e dai veti incrociati delle cancellerie.
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