sabato 17 Ottobre 2026

Flotilla per Gaza, la Procura di Roma indaga 14 vertici israeliani per tortura e sequestro in acque internazionali

Tra gli indagati anche i ministri Katz e Ben-Gvir, per gli arrembaggi alle navi. Contestati per la prima volta i reati di tortura, sequestro e lesioni per le violenze inflitte agli attivisti in acque internazionali

Di Redazione
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Un’iniziativa giudiziaria senza precedenti scuote i rapporti diplomatici tra Roma e Tel Aviv, squarciando il muro di impunità che finora ha protetto le operazioni militari e di condotte dallo Stato ebraico. La Procura di Roma ha concluso una complessa indagine che ha portato all’individuazione e all’iscrizione nel registro degli indagati di 14 figure di vertice delle istituzioni israeliane. La catena di comando ricostruita dai magistrati capitolini comprende ministri del governo Netanyahu, alti ufficiali delle forze armate (IDF) e responsabili dei carcerari, ritenuti i diretti responsabili delle violazioni commesse ai delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla e dei loro equipaggi nel corso di due distinte spedizioni umanitarie dirette verso la striscia di Gaza, condotte tra l’autunno del 2025 e la primavera del 2026.

L’, avviata a seguito dell’esposto dettagliato presentato da 50 cittadini italiani e partecipanti alle missioni — tra cui il giornalista Saverio Tommasi —, disegna un quadro di grave e sistematica violazione del diritto internazionale marittimo. Gli abbordaggi, eseguiti in acque internazionali al di fuori delle acque territoriali di qualsiasi Stato, sono stati formalmente qualificati dagli inquirenti attraverso un pacchetto d’accusa pesante: , lesioni personali, rapina, danneggiamento seguito da naufragio e, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana applicata a rappresentanti dello Stato d’, il reato di .

La ricostruzione del ROS: percosse, taser e torture nelle prigioni israeliane

Gli accertamenti condotti dal Reparto del ROS dei Carabinieri hanno consentito di isolare la sequenza di azioni violente messe in atto dalle forze israeliane dal momento dell’intercettazione in alto mare fino alla detenzione nelle strutture carcerarie del Paese. Durante gli arrembaggi, le forze d’assalto hanno sistematicamente distrutto le apparecchiature per le trasmissioni in streaming e confiscato tutti i dispositivi elettronici a bordo, al fine di impedire la documentazione visiva dei fatti e interrompere i contatti con l’esterno.

Il quadro probatorio, fondato sull’ascolto delle vittime, evidenzia i trattamenti degradanti e le violenze commesse durante il trasferimento al porto di Ashdod e la successiva reclusione nella struttura carceraria di Kzi’ot. Agli attivisti sono state inflitte percosse al buio, scariche di taser, minacce di ed esplosioni di proiettili di gomma a distanza ravvicinata. A queste aggressioni fisiche si è aggiunta la totale e deliberata negazione dell’assistenza medica, anche in presenza di evidenti emergenze sanitarie, unita a condizioni igienico-strutturali degradanti e all’impossibilità di esercitare i fondamentali diritti di difesa o di comunicazione consolare.

I nomi della catena di comando: dal governo ai vertici militari

L’indagine della italiana ha ricostruito con precisione la catena gerarchica responsabile degli ordini impartiti per le operazioni in mare e per la successiva gestione dei prigionieri a terra. Tra i 14 indagati figurano i vertici politici del governo israeliano: il ministro della Difesa Israel Katz, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il capo di stato maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, indicati quali responsabili per la pianificazione e l’esecuzione degli abbordaggi navali della prima missione.

Per quanto riguarda la gestione della fase detentiva a terra, i magistrati hanno individuato la responsabilità del commissario capo della polizia israeliana, Daniel Levy, e del vertice del servizio penitenziario israeliano (IPS), Kobi Yaakobi. L’inchiesta sulla seconda operazione navale vede invece coinvolti il comandante in capo della Marina, vice ammiraglio Eyal Harel, unitamente al capo di stato maggiore, maggior generale Guy Levy.

La soddisfazione dei legali: “Aperta la strada al processo in Italia”

L’esito dei rilievi investigativi è stato accolto con favore dal collegio difensivo della Global Sumud Flotilla. L’avvocata Tatiana Montella ha sottolineato come la formalizzazione del quadro indiziario e l’iscrizione dei vertici israeliani rappresentino il presupposto giuridico per l’apertura di un vero e proprio processo penale sul territorio italiano, a condizione che le autorità nazionali attivino i canali di rogatoria e assistenza giudiziaria internazionale.

La diplomazia e il Ministero della Giustizia italiano si trovano ora dinanzi alla complessa decisione di inoltrare formale richiesta di cooperazione allo Stato d’Israele per la notifica degli atti processuali, in un contesto in cui la magistratura italiana rivendica la propria giurisdizione a tutela dei cittadini italiani vittime di crimini internazionali commessi in acque neutrali.

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