venerdì 23 Ottobre 2026

Il patto segreto tra il Centrodestra e Calenda: poltrona al Made in Italy in cambio del salto di coalizione

Dai corridoi di Palazzo la voce di un accordo di riservatezza tra i colonnelli della maggioranza e il leader di Azione. Se il centrodestra vince le elezioni, per Calenda si spalancano le porte dello Sviluppo Economico. Una giravolta perfetta nel curriculum dell'ex ministro

Di Redazione
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Tra i divanetti di Montecitorio la voce rimbomba forte da giorni. Mentre in volano gli stracci con la faida quotidiana contro Matteo e il tenta affannosamente di inventarsi una quarta lista per le primarie del campo largo, tra i palazzi si consuma l’ennesima partita d’scacchi della politica romana. Fonti autorevoli della maggioranza confermano a La Sintesi l’esistenza di un riservatissimo tra i vertici del e Carlo Calenda: un passaggio graduale ma definitivo di Azione nella maggioranza di governo nell’ultimo scorcio di legislatura, con la promessa formale di riassegnargli la guida del Ministero dello Sviluppo Economico in caso di vittoria alle prossime elezioni.

Un’operazione trasformista che per la maggioranza avrebbe un valore strategico incalcolabile: svuotare l’area moderata dell’, infliggere un colpo mortale alle ambizioni del centrosinistra e arruolare un profilo ben visto dagli ambienti finanziari. D’altronde, che l’asse tra i moderati di governo e il leader di Azione fosse in costante e progressivo avvicinamento non è un mistero per i frequentatori di Palazzo. Già il 21 maggio scorso, ospite ai microfoni di Un Giorno da Pecora, il viceministro alla Giustizia e senatore di Forza Italia Francesco Paolo Sisto aveva sdoganato l’operazione senza tanti giri di parole: «Calenda in maggioranza? Perché no, più siamo e meglio è. Meglio lui o Vannacci? Per come la vedo io sono più vicino a Calenda».

L’ennesima piroetta di Don Carlo: una carriera all’insegna del camaleontismo

Per il segretario di Azione, d’altra parte, il salto della quaglia verso destra rappresenterebbe soltanto l’ennesimo capitolo di una sterminata antologia del trasformismo. La prima svolta risale al 2015: viceministro allo Sviluppo Economico nel governo Renzi, abbandona Scelta Civica per saltare sul carro dei vincitori del Pd post-Europee («La quasi totalità dei nostri ha scelto il progetto di Renzi», scrisse al Messaggero). Sfila alla Leopolda, viene nominato ministro e fa campagna per il Sì al referendum, ma della tessera dem non c’è traccia. Nel 2017 approfitta della crisi del Pd per salire sul palco di con un discorso da leader in marcia alla Macron, strizzando l’occhio al Foglio e difendendo persino Mediaset dalla scalata di Vivendi.

La tessera del Pd la prende soltanto dopo la scoppola delle 2018, promettendo di fare il “semplice militante”. Salvo poi trasformare Twitter nel suo ring personale e sparare ad altezza d’uomo contro i compagni di partito: «L’unico segretario che bisognava candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria» e l’iconico «che palle ‘sto partito». Nel 2019 negozia duramente con Zingaretti per farsi paracadutare da capolista alle Europee con il simbolo di Siamo Europei, per poi sbattere la porta pochi mesi dopo alla nascita del Conte-2 e fondare Azione. Da allora, un balletto estenuante: prima alleato del Pd nei territori, poi rivale giurato a Roma contro , e infine la scelta del solitario per distruggere ogni possibilità di campo largo.

Reazioni e veleni

Se il patto segreto dovesse essere formalizzato prima del voto, le ripercussioni sul quadro politico sarebbero devastanti. In casa Italia Viva i rumors sul passaggio di campo dell’ex alleato stanno scatenando il panico, mentre nel perimetro del centrosinistra l’operazione viene vista come la conferma definitiva dell’inaffidabilità del centro liberale.

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