venerdì 30 Ottobre 2026

Federico Zampaglione: ‘L’arte mi consuma fino a togliermi il sonno, l’ossessione è il mio motore”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – L’ossessione è una condanna, ma anche il motore di ogni atto creativo. Lo sa bene Federico Zampaglione, regista e frontman dei Tiromancino, che nel suo nuovo horror ‘The Nameless Ballad’ – nelle sale italiane dal 5 novembre e il 31 ottobre in anteprima al Lucca Comics & Games – racconta la discesa negli abissi di un musicista divorato dalla sua stessa passione. “È un film attraversato da un profondo buio interiore: il protagonista fronteggia un’incapacità di sfuggire alle gabbie che si è costruito da solo. A imprigionarlo è la sua stessa ossessione per l’arte, qualcosa che lo ha consumato fino a impedirgli di liberarsene. È una condizione che conosco bene: in fondo succede anche a me”, racconta all’Adnkronos Zampaglione, che torna dietro la macchina da presa dopo il successo di ‘The Well’, venduto in 104 Paesi. ‘The Nameless Ballad’ – interpretato, tra gli altri, da Jamie Ward, Giglia Marra, Alana Boden e Fabrizio Ferracane – nelle zone più oscure della creatività, dove passione e autodistruzione finiscono spesso per confondersi. “Ho puntato molto sull’inquietudine e su una sorta di spettralità che attraversa tutto il film. Sono le paure che colpiscono anche me personalmente: quelle che nascono dai fantasmi interiori, dalle fragilità e dalle ossessioni che non ti lasciano respirare”, dice il regista. 

Torni all’horror con ‘The Nameless Ballad’. Cosa ti affascina di questo genere e cosa ti permette di fare che altri generi non consentono?
 

“L’horror mi permette di comunicare stati d’animo diversi da quelli che esprimo con la musica. Mi piace spaventare attraverso il , creare tensione, costruire atmosfere in cui lo spettatore resti sul bordo della sedia. In questo film ho puntato soprattutto sulla paura, più che sull’orrore visivo o sulle immagini violente. Quando guardo un film che riesce davvero a inquietarmi, che mi provoca quel brivido, impazzisco: è una delle sensazioni che amo di più. La cosa più difficile non è mostrare qualcosa di scioccante, ma suggestionare. Devi costruire un’atmosfera visiva e sonora capace di insinuarsi nello spettatore. È un lavoro più sofisticato. Per questo ho puntato molto sull’inquietudine e su una sorta di spettralità che attraversa tutto il film. Sono le paure che colpiscono anche me personalmente: quelle che nascono dai fantasmi interiori, dalle fragilità e dalle ossessioni che non ti lasciano respirare”. 

Hai scritto questo ‘The Nameless Ballad’ con Barbara Baraldi, scrittrice curatrice editoriale di ‘Dylan Dog’. Qual è il valore aggiunto che ha dato alla storia?
 

“Barbara Baraldi ha portato alla storia una sensibilità profondamente dark e un gusto per il macabro che si sposavano perfettamente con ciò che volevamo raccontare. Ha una scrittura tetra, inquieta, ed era esattamente l’atmosfera che cercavamo di costruire. Del resto, ‘The Nameless Ballad’ è un film attraversato da un profondo buio interiore: il protagonista fronteggia un’incapacità di sfuggire alle gabbie che si è costruito da solo. A imprigionarlo è la sua stessa ossessione per l’arte, qualcosa che lo ha consumato fino a impedirgli di liberarsene. È una condizione che conosco bene: in fondo succede anche a me”. 

Hai dichiarato che in Sam, il protagonista di questa storia, ci sono frammenti della tua esperienza personale. Senti di esserti liberato di qualcosa grazie a questo film?
 

“No, non mi sono liberato di nulla, perché certe ossessioni ti concedono tregua solo per brevi momenti. Poi si spostano altrove e ricominciano. è che non ti abbandonano mai. Anzi, oggi ho quasi paura di appassionarmi a un nuovo progetto, perché so che finirà per ossessionarmi, perseguitarmi e togliermi il sonno. Vivo così da tutta la vita. Speravo che con gli anni le cose cambiassero, invece ho capito che si riesce a gestire la pressione che arriva dall’esterno, ma non quella che nasce dentro di te. Le proprie aspettative e le proprie aspirazioni non si controllano: sono proprio quelle che ti spingono a creare. A volte mi guardo indietro e mi chiedo dove abbia trovato il tempo, la pazienza e la dedizione per fare tutto quello che ho fatto. Poi realizzo che la risposta è sempre la stessa: quell’ossessione che, nel bene e nel male, continua a muovermi. Tutti quelli che hanno una passione che coltivano sono destinati a vivere nell’ossessione”. 

Chi crea vive costantemente nell’ossessione di cercare l’ispirazione, come mostra il film. Oggi temi di più di non avere nulla da dire o senti la pressione di dover continuare a dire qualcosa?
 

“Più che la paura di non avere più niente da dire, sento la pressione di continuare a dire qualcosa. Quel timore l’ho avuto, certo, ma poi ho scoperto che in qualche modo qualcosa da raccontare lo trovi sempre. Il vero problema è il prezzo che paghi per inseguire le idee di cui ti innamori. Quando un’intuizione ti entra dentro, cresce, si prende sempre più spazio, allontana tutto il resto e finisce per isolarti. Ti ritrovi a vivere dentro quel progetto, con la testa costantemente lì, e a confrontarti con le tue stesse aspettative. Ti dici: ‘questa cosa devo farla bene. Se decido di farla, devo metterci tutto me stesso’. Nel caso di questo film, che parla di musica, di un musicista, dei suoi traumi e delle sue paure, non avrebbe avuto senso affrontarlo in maniera superficiale. O mi mettevo completamente in gioco oppure era meglio non farlo affatto. Ed è proprio in quel momento che sei costretto a tirare fuori tutto quello che hai dentro. Per costruire la paura ho lavorato soprattutto sui sentimenti e sugli stati d’animo reali. Quando una paura è troppo fantastica o troppo distante dall’esperienza umana, finisce per non spaventarti davvero. La paura più profonda nasce invece da qualcosa in cui riesci a riconoscerti. Se quelle emozioni appartengono all’essere umano, trovano spazio dentro di te e diventano inquietanti. Per questo sono convinto che tutti, in misura diversa, conviviamo con qualche forma di ossessione: è proprio lì che si nasconde una delle paure più universali”. 

Nel film la passione finisce quasi per trasformarsi in autodistruzione. Ti è mai capitato di percepire quel confine durante la tua carriera?
 

“Certo, perché a un certo punto l’ossessione ti porta a privarti di molte altre cose. Nel mio caso, per esempio, passa spesso attraverso la mancanza di sonno. Mi capita di restare sul divano a scrivere o lavorare fino alle quattro del mattino e poi di svegliarmi comunque presto. Alla lunga ne risento e sto male, ma faccio fatica a fermarmi. L’autodistruzione può assumere forme diverse: può passare anche attraverso sostanze o comportamenti che sembrano alleviare l’ansia e l’angoscia, ma che finiscono per alimentarle. Quando la mente diventa instabile, il confine è molto sottile. Nel film ho voluto inserire la paura proprio all’interno di una mente fragile e tormentata, portando il protagonista in un luogo in cui il terrore cresce fino a dilagare. A quel punto non sai più distinguere ciò che sta accadendo davvero da ciò che nasce nella sua testa, perché il confine tra realtà e percezione si assottiglia sempre di più”. 

Guardando indietro al tuo lungo percorso, c’è un prezzo che oggi non sei più disposto a pagare?
 

“Ci sono molti prezzi che oggi non sarei più disposto a pagare, eppure finisco sempre per pagarli. Ogni tanto ti dici: ‘Adesso basta, non posso continuare a vivere così’. E per un po’ funziona. Poi però ti accorgi che, se non torni a immergerti in un progetto, in una nuova sfida, finisci per chiederti cosa fare della tua vita. Ti senti quasi inutile. Mio padre era esattamente così: una persona completamente ossessionata dalla creatività. Quando è diventato anziano e si è reso conto di non avere più le energie per inseguire le sue passioni, ne ha sofferto profondamente. Aveva capito che non riusciva più a trasformare in realtà ciò che aveva dentro, e questo lo ha consumato. Per chi vive di creatività, passione e ossessione spesso coincidono”. 

È questa la tua più grande paura oggi?
 

“Più che una paura, ormai è una consapevolezza. Negli anni mi sono ripromesso tante volte di prendermi un anno sabbatico, di fermarmi davvero. Ma sono sempre rimaste parole. Alla fine torno sempre lì, perché è il modo in cui sono fatto”. 

Dopo tanti anni di carriera, ti spaventa di più il successo o il fallimento?
 

“Né il successo né il fallimento mi spaventano. Sono due facce della stessa medaglia e fanno parte della vita. Dopo tanti anni ho imparato che non bisogna lasciarsi paralizzare dalla paura di fallire, così come non bisogna vivere ossessionati dal desiderio di avere successo. Se fai le cose solo per evitare un fallimento o per ottenere una ricompensa, finisci per tradire il senso stesso della creazione. Io credo che si debba lavorare prima di tutto per se stessi. Quando realizzo un film o scrivo una canzone non penso mai al pubblico: il pubblico arriva dopo. Se quello che sto facendo convince profondamente me, allora spero che possa arrivare anche agli altri. Ma nel momento creativo devo essere completamente libero da quel pensiero”. 

Chi è oggi, secondo te, un vero artista?
 

“È chi riesce a esprimere le proprie idee in , senza lasciarsi condizionare da fattori che lo allontanano dalla propria espressione autentica”. 

Questa libertà oggi esiste ancora?
 

“Oggi vedo una crescente ossessione per il risultato. Molti giovani artisti vengono formati fin dall’inizio a ragionare in termini di numeri, classifiche, record e stadi da riempire. Questo linguaggio è diventato dominante. Eppure un musicista dovrebbe fare musica perché ne sente il bisogno, non perché ha già in mente quanto potrà guadagnare o quali traguardi raggiungerà. È un approccio che inevitabilmente finisce per impoverire la creatività. Il mercato ha assunto un peso enorme: ci sono artisti che continuano a seguire la propria strada e altri che si lasciano fagocitare dalle logiche del successo. E spesso sono proprio questi ultimi a sparire nel giro di poco tempo”. 

Sei uno dei pochi registi italiani che continua a lavorare sull’horror. Cosa cambieresti dell’industria cinematografica italiana?
 

“Se potessi cambiare una cosa dell’industria cinematografica italiana, cambierei il modo in cui l’horror è stato trattato per anni. Quando nel 2009 realizzai ‘Shadow’, un film che venne venduto in circa settanta Paesi, fui deriso per il solo fatto di aver fatto un horror italiano. All’epoca venivo guardato come un eccentrico, quasi come un povero pazzo. Oggi sento tutti parlare di horror e dire che il genere piace, ma non credo che sia davvero amato né dall’industria né, soprattutto, dalle istituzioni. L’industria segue il mercato: se domani l’horror diventasse il genere più redditizio, si farebbero soltanto film horror. È sempre stato così. Negli anni Duemila il rap non vendeva e nessuno ci investiva; oggi funziona e tutti lo inseguono”. 

Di recente, gli horror a basso budget si stanno prendendo la scena. Un esempio è ‘Backrooms’, amatissimo dal pubblico.
 

“Il successo di molti horror indipendenti dimostra che, in questo genere, contano soprattutto la fantasia e la visione. La vera star dell’horror è una sola: la paura. Per questo non servono necessariamente grandi budget o attori famosissimi. Anzi, a volte la presenza di una star finisce quasi per rassicurare lo spettatore, che inconsciamente pensa che quel personaggio arriverà sano e salvo alla fine. L’horror, invece, vive di incertezza e mistero. Non vuoi sapere in anticipo chi vincerà o come andrà a finire. Può persino accadere che il protagonista muoia, e va bene così. In questo senso, lavorare con volti meno noti può diventare un vantaggio, perché aumenta il senso di imprevedibilità”. 

Da padre, come guardi ai giovani che oggi scendono in piazza a manifestare?
 

“La violenza va sempre condannata, senza ambiguità. Le devastazioni e gli incendi sono immagini che nessuno dovrebbe vedere. Però gli adulti dovrebbero anche interrogarsi su come si sia arrivati a questo punto. Accanto a chi sfrutta queste situazioni per distruggere, ci sono ragazzi che vivono un disagio reale e cercano disperatamente di esprimerlo. Guardiamoci attorno: quali messaggi arrivano da chi governa il mondo? , divisioni, razzismo, crudeltà. È l’urlo di una che reagisce male, molto male, a qualcosa che evidentemente non funziona”. 

Come lo vedi il Festival di Sanremo 2027 guidato da Stefano De Martino?
 

“Sanremo al momento non è un argomento che occupa i miei pensieri. Sono completamente immerso nel film e concentrato su quello che sto facendo. Auguro il meglio a Stefano De Martino e a tutti quelli che parteciperanno, ma in questa fase della mia vita il Festival non è una priorità. Certo, quando arriverà la settimana di Sanremo lo guarderò come faccio sempre: organizzo serate a con gli amici e si crea quell’atmosfera quasi natalizia che accompagna il Festival da sempre. Detto questo, mi auguro che il livello musicale possa alzarsi un po’, perché credo che su questo aspetto ci sia ancora margine per fare meglio”. 

Vorrebbe esplorare altri generi al cinema all’horror?
 

“Non so cosa succederà con il cinema e nemmeno se farò altri film. L’unica certezza che ho è che, se ne farò ancora, saranno horror. Sono un vero ultrà del genere”.
 

Un .
 

“Ne ho tanti, ma il più grande è che mia figlia possa realizzare i suoi. Io ho avuto la fortuna di realizzare molti dei sogni che avevo. Oggi il desiderio più forte è vedere lei fare lo stesso”. (di Lucrezia Leombruni) 

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