sabato 17 Ottobre 2026

Accordo UE sulle Bollette: ecco perché il finto “successo” di Meloni non fermerà la stangata

Il via libera della Commissione europea alle misure sull'energia è un palliativo rinviato nel tempo. Tra la rigidità dei vincoli comunitari, il peso dei certificati ETS e i tempi della burocrazia, le tariffe elettriche continueranno a gravare sui bilanci di cittadini e imprese

Di Redazione
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Il Consiglio europeo si chiude con il consueto copione di propaganda istituzionale. La del Consiglio Giorgia rivendica come uno straordinario risultato politico l’accordo preliminare strappato alla Commissione europea per l’applicazione del decreto Bollette. Un’intesa presentata dal governo come la ricetta definitiva per calmierare le tariffe dell’ e alleggerire la su imprese e famiglie, ma che nei fatti si rivela un palliativo temporaneo vincolato dai rigidi paletti contabili della burocrazia comunitaria.

I numeri e le dinamiche reali della trattativa mostrano infatti come l’intervento ricalchi tardivamente la cosiddetta “eccezione iberica” concessa a Spagna e Portogallo nel 2022. L’efficacia della misura appare fortemente limitata dalle condizioni imposte da Bruxelles e dall’incapacità dell’esecutivo di incidere sui nodi strutturali del mercato energetico.

Il miraggio del tetto al gas: tempi lunghi e costi esclusi

Il meccanismo concordato prevede l’introduzione di un tetto al prezzo del metano destinato alla produzione , con una soglia ipotizzata tra i 55 e i 65 euro al megawattora, contro quotazioni di mercato che toccano i 90 euro ad Amsterdam. L’impatto stimato dovrebbe teoricamente ridurre il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dalle attuali vette di 230 euro a circa 140-150 euro al megawattora. Tuttavia, per rendere operativo il provvedimento occorrerà attendere la formale notifica del piano da parte del governo italiano e la successiva, complessa istruttoria della Commissione in materia di di Stato.

L’operazione soffre di limiti strutturali che rischiano di neutralizzarne i benefici per i consumatori. Bruxelles ha respinto la richiesta italiana di scorporare dal calcolo i costi dei certificati di emissione ETS (Emission Trading System), lasciando inalterata una componente che pesa in modo determinante sulla formazione del prezzo finale. Inoltre, come evidenziato dagli analisti del settore, la forte interconnessione della rete elettrica italiana con il mercato continentale rischia di disperdere il vantaggio competitivo: il gas sussidiato dai contribuenti potrebbe finire per alimentare le esportazioni di energia verso partner europei come la Germania, annullando l’effetto calmierante sui listini interni.

L’industria soffoca mentre la politica scommette sulla campagna elettorale

I ritardi e le incertezze applicative si scaricano su un tessuto produttivo già al limite della tenuta. I dati del Centro Studi di tracciano un quadro drammatico: nei primi nove mesi dell’anno il prezzo dell’elettricità in Italia è salito a 207,5 euro al megawattora, registrando un costo superiore del 35% rispetto a quello sostenuto dalle imprese tedesche. Per il settore manifatturiero, l’incidenza dell’energia sui costi totali di produzione ha subito un balzo del 40% rispetto ai livelli pre-crisi, minando alla radice la competitività delle filiere nazionali.

Nonostante l’aggravarsi dell’emergenza economica e l’impatto diretto sull’inflazione, l’orizzonte temporale della misura rimane limitato a dodici mesi, più sei di graduale rimodulazione. L’impressione è che la fretta di incassare un via di massima a Bruxelles risponda più a esigenze di posizionamento elettorale della maggioranza che a una reale visione di sovranità energetica, lasciando il Paese esposto alle oscillazioni dei mercati internazionali e ai vincoli della governance europea.

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