martedì 20 Ottobre 2026

Antartide, dal permafrost emerge carbonio da sorgenti geologiche profonde

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Dal permafrost emerge carbonio geologico profondo: nella Taylor Valley le emissioni di anidride carbonica sono aumentate di oltre cinque volte. È quanto emerge dallo studio ‘Rapid Increase in Geogenic CO2 Emissions from Antarctic Permafrost’, pubblicato sulla rivista Global Biogeochemical Cycles. La ricerca è stata condotta da un team di del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e delle Università di Otago e Waikato (Nuova Zelanda) nella Taylor Valley, una delle principali aree libere dai ghiacci delle McMurdo Dry Valleys (continente antartico). 

I risultati evidenziano un marcato del degassamento del suolo: le geochimiche condotte nel 2020, nel 2023 e nel 2025 indicano un importante contributo di carbonio proveniente da sorgenti geologiche profonde. In dettaglio, il flusso medio di anidride carbonica è passato da 1,73 grammi per metro quadrato al giorno nel 2020 a 9,49 nel 2025, con un incremento di circa 5,5 volte. Nello stesso , il valore massimo misurato è cresciuto da 11,36 a 72,99 grammi per metro quadrato al giorno. L’incremento interessa sia i valori estremi, sia l’intera distribuzione dei flussi osservati.  

“Oltre alla presenza di maggiore CO2 nel 2025 rispetto al 2020 e al 2023 – spiega Livio Ruggiero, geochimico dell’Istituto di Geoscienze del Cnr (Cnr-Geo) e associato di ricerca presso l’Ingv – le campagne ripetute mostrano un cambiamento marcato e coerente del degassamento in specifiche aree della Taylor Valley. Ciò che emerge è che il permafrost antartico può essere attraversato da carbonio proveniente da sistemi molto più profondi. Questa indicazione impone di ampliare il modo in cui consideriamo il ciclo del carbonio in : non sussistono unicamente processi atmosferici, biologici e superficiali ma anche connessioni con il sottosuolo geologico e idrologico”. 

A fornire indicazioni decisive sull’origine dei gas sono state le analisi molecolari e isotopiche di anidride carbonica e metano. La maggior parte dei campioni analizzati indica che la presenza di gas non deriva semplicemente da un’attività microbica in , suggerendo la chiara provenienza dalle profondità del sottosuolo.  

“La firma isotopica, cioè ‘l’ digitale’ chimica che rivela l’origine del carbonio, rappresenta uno degli elementi chiave del lavoro – sottolinea Alessandra Sciarra, prima ricercatrice dell’Ingv – I risultati dimostrano che una quota importante del carbonio rilevato nel suolo non è prodotta da microbi o vegetazione in superficie ma ha un’origine geologica profonda. Grazie alla combinazione di analisi chimiche e tracciamento isotopico siamo riusciti a ricostruire il percorso di questi gas che risalgono dalle viscere della Terra e riescono a filtrare fino in superficie attraversando il permafrost, lo strato di terreno perennemente ghiacciato”. 

La struttura sotterranea della Taylor Valley è particolarmente complessa: comprende uno strato di permafrost non uniforme, sacche d’acqua ad alta concentrazione salina e una fitta rete geologica e idrica. Studi geofisici avevano già segnalato la presenza di fluidi al di sotto del terreno congelato: vere e proprie riserve o ‘‘ sotterranee lungo le quali i gas profondi possono risalire. Tuttavia, gli autori sottolineano che i dati disponibili non consentono ancora di individuare una singola via di risalita o uno specifico meccanismo responsabile delle anomalie superficiali. 

Lo studio non attribuisce direttamente l’aumento osservato allo scongelamento del permafrost. Temperatura del terreno, contenuto d’acqua e spessore dello strato attivo non sono stati misurati sistematicamente in tutte le campagne e non è quindi possibile stabilire una relazione causale diretta tra l’aumento dei flussi e il riscaldamento superficiale. Le ricerche future si concentreranno sullo studio dei canali idrici sotterranei, sulle variazioni di pressione che spingono i fluidi e sulle modifiche nella permeabilità del terreno, elementi chiave per capire come il gas risale in superficie.  

I risultati indicano quindi l’esistenza di un meccanismo di rilascio del carbonio antartico ancora scarsamente rappresentato nelle attuali ricostruzioni del ciclo del carbonio alle alte latitudini. La sua estensione spaziale e la sua persistenza nel restano da determinare. Gli autori evidenziano la necessità di ampliare le osservazioni attraverso monitoraggi stagionali e pluriennali, misure della temperatura e dell’idrologia del permafrost e indagini geofisiche in grado di ricostruire la connessione tra le anomalie superficiali e i sistemi fluidi profondi.  

“Questo studio mostra quanto sia essenziale osservare l’Antartide come un sistema integrato, nel quale atmosfera, criosfera, idrosfera e geosfera interagiscono tra loro – conclude Fabio Florindo, presidente dell’Ingv e coautore dello studio – La capacità di combinare osservazioni di terreno, geochimica, analisi isotopiche e indagini geofisiche permette di riconoscere processi che fino a pochi anni fa erano difficilmente osservabili. È anche un risultato che conferma il valore della ricerca italiana in Antartide e l’importanza di programmi di lungo periodo capaci di tornare negli stessi luoghi, misurare i cambiamenti e comprenderne i meccanismi”. 

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