Non si arresta la morsa contro i testimoni internazionali e i cittadini italiani nei territori occupati della Cisgiordania. In una seconda retata a distanza di sole ventiquattr’ore dal precedente intervento, le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno bloccato e condotto in caserma altre quattro attiviste italiane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. La loro colpa? Essere scese in campo per affiancare e proteggere fisicamente gli agricoltori palestinesi dalle continue scorribande dei coloni durante la delicata stagione della raccolta delle olive.
Anziché perseguire chi devasta i campi e aggredisce i lavoratori della terra, l’esercito di Tel Aviv ha scelto di accerchiare e trattare da criminali le volontarie che tentavano di fare da scudo umano passivo contro gli abusi.
Dalle cacciate con ban di 10 anni ai nuovi fermi: la debolezza di Roma
L’operazione ad al-Bweib segna un duro e preoccupante salto di qualità nelle azioni repressive contro i nostri connazionali. Solamente ieri, infatti, un blitz dell’Idf si era concluso con il fermo e la cacciata immediata dal Paese di altri due italiani, Manuel e Alberto Tartarotti (padre e figlio di Bolzano), ai quali Tel Aviv ha persino notificato l’assurdo divieto di rientro in Israele per i prossimi dieci anni.
Di fronte a questa sequenza di espulsioni e nuovi arresti in centrale, la reazione di Palazzo Chigi e della Farnesina resta confinata al solito e timido profilo basso, fatto di generiche “richieste di chiarimento”. Una debolezza diplomatica che lascia le cittadine e i cittadini italiani del tutto indifesi di fronte all’arbitrio delle truppe israeliane.





