Le rassicurazioni di facciata sulla stabilità della legislatura durano il tempo di un comunicato stampa. Dietro le quinte di Montecitorio, l’asse formato da Matteo Salvini e Antonio Tajani per rinviare il momento del voto e guadagnare ossigeno nei sondaggi è ufficialmente crollato. La determinazione di Giorgia Meloni a spingere il Paese alle urne nella finestra tra aprile e maggio ha spezzato l’opposizione interna dei due alleati di governo, trasformando le stanze del potere in un cantiere elettorale a cielo aperto.
Messo all’angolo dalla fermezza della presidente del Consiglio, il segretario leghista ha dovuto incassare il colpo e virare di bordo, subordinando la resa a un baratto politico架构 imprescindibile: ottenere la blindatura immediata dell’Autonomia differenziata per non presentarsi a mani vuote davanti ai militanti del Carroccio.
La corsa contro il tempo sul dossier Autonomia
Per il leader della Lega la partita si gioca sui giorni. Senza il trofeo della riforma federale in tasca, la prospettiva di affrontare una campagna elettorale anticipata rischierebbe di azzopparlo di fronte alle spinte critiche del territorio nordista, già esasperato dall’ascesa del movimento di Roberto Vannacci.
Da qui l’ultimatum recapitato a Palazzo Chigi: il Consiglio dei Ministri deve licenziare il provvedimento definitivo sull’Autonomia entro il 23 ottobre, giusto in tempo per l’apertura del congresso straordinario leghista in programma al MiCo di Milano. Un’accelerazione che la leadership di Fratelli d’Italia sembra disposta ad avallare, ben consapevole che, per far scattare il premio di maggioranza al 42% previsto dalla nuova legge elettorale, serve una Lega solida e non un alleato in macerie.
Le porte sbarrate a Vannacci e l’operazione De Luca
Nel frattempo via della Scrofa lavora all’architettura delle alleanze civiche per blindare la coalizione senza rischiare dispersioni di voti. Nessun margine di trattativa viene concesso a Roberto Vannacci: le analisi dei flussi elettorali confermano che il movimento Futuro Nazionale attinge consensi da tutta la maggioranza, ma la scommessa della premier punta a prosciugarne i consensi al momento del voto facendo leva sulla paura dell’elettorato conservatore di avvantaggiare la sinistra.
In parallelo, il piano predisposto dagli strategist meloniani vede l’ingaggio di Cateno De Luca e del suo movimento “Sud chiama Nord”. L’operazione permetterà all’esecutivo di incassare un prezioso pacchetto di voti nel Mezzogiorno evitando la trappola della raccolta firme, grazie al “prestito” di due deputati di Fratelli d’Italia — tra cui il siciliano Manlio Messina — utilissimi per formare un gruppo autonomo alla Camera.
Il rebus della data e il convitato di pietra alla Consulta
Con il traguardo dell’autunno ormai accantonato persino dai fedelissimi della premier come Giovanbattista Fazzolari, la mappa delle possibili date si restringe a tre finestre: la prima domenica di aprile (senza accorpamenti con i comuni), oppure gli ultimi due fine settimana di maggio (30 maggio o 6 giugno) in abbinamento con il primo turno delle amministrative.
Prima di dichiarare chiusa la legislatura, resta tuttavia da superare lo scoglio più insidioso per la tenuta del governo: il giudizio della Corte Costituzionale sulla riforma elettorale. A Palazzo Chigi l’attenzione sui movimenti di Palazzo della Consulta è ai massimi livelli, consapevoli che qualsiasi crepa rilevata dai giudici rischia di trasformare il sogno delle urne anticipate in un pericoloso boomerang istituzionale.





