L’iter della riforma elettorale entra nella sua fase più delicata. A ventiquattr’ore dalla promulgazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la battaglia sul “Melonellum” abbandona le aule parlamentari e si sposta su quelle giudiziarie. Nei principali distretti giudiziari italiani sta per scattare il deposito dei ricorsi preparati dal comitato di giuristi guidato da Roberto Zaccaria ed Enrico Grosso insieme ai parlamentari d’opposizione, con l’obiettivo di investire la Corte Costituzionale della questione di legittimità.
I tempi di Palazzo della Consulta si preannunciano serratissimi. Qualora le ordinanze di rimessione dei giudici di merito pervengano entro la prima metà di dicembre, l’intenzione del collegio è quella di pronunciarsi tra la fine di febbraio e i primi di marzo. La Corte intende utilizzare tutte le prerogative procedurali a disposizione per chiudere l’esame prima della celebrazione delle elezioni politiche, evitando così il rischio di far svolgere la consultazione elettorale sulla base di una norma viziata.
La mappa dei rilievi e la transizione al vertice della Corte
L’offensiva legale punta a mettere in discussione l’architettura della legge su diversi fronti sostanziali. Sotto la lente dei costituzionalisti c’è innanzitutto il premio di maggioranza, ritenuto sproprozionato e in potenziale contrasto con i principi di uguaglianza del voto sanciti dall’articolo 48 della Costituzione. A questo si aggiungono la contestata indicazione obbligatoria del candidato premier, considerata una lesione delle prerogative del Capo dello Stato e della libertà dei partiti, e la mancanza di garanzie sull’alternanza di genere nelle liste, che rischia di penalizzare le candidature femminili.
I ricorsi investono anche l’elevato tetto delle 300mila firme richiesto alle nuove forze politiche, la creazione della maxi “Circoscrizione Mondo” a discapito della rappresentatività territoriale e la distribuzione del premio al Senato su base nazionale anziché regionale, in possibile violazione dell’articolo 57.
Il delicato dossier arriverà sul tavolo di un’istituzione impegnata in un parallelo avvicendamento ai vertici. Il 13 novembre scadrà infatti il mandato del presidente Giovanni Amoroso, autorevole figura di garanzia nell’anno del dibattito sui referendum della giustizia. L’elezione del suo successore è fissata per il 28 ottobre, con insediamento il 14 novembre: il candidato naturale alla guida della Consulta è il vicepresidente Francesco Viganò, cinquantenne docente di diritto penale alla Bocconi, chiamato a gestire una delle pronunce più rilevanti per gli equilibri democratici del Paese.





