sabato 24 Ottobre 2026

Piji: “Ho vinto il Tenco cantando la realtà che la canzone italiana non racconta più”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Vent’anni di musica, teatro, radio, scrittura e migliaia di , ma nel curriculum mancava ancora un vero album. Ora quell’album c’è, si intitola ‘Sta registrando audio’ ed è con questo lavoro che, a 48 anni, Piji ha conquistato la Targa Tenco per la Migliore Opera Prima. Un paradosso che il cantautore romano affronta con l’ironia che attraversa tutto il suo lavoro: “Posso finalmente sancire la fine della gavetta 1 e iniziare la gavetta 2”. Il premio che ha ricevuto nella prima serata del Premio Tenco 2026 al Teatro Ariston di Sanremo non rappresenta un punto d’arrivo, ma “il vero inizio” della sua discografia. Sul palco dell’Ariston Piji ha portato tre capitoli centrali del disco, ‘Sta registrando audio’, ‘Misanthropy ‘ e ‘Umano poco umano’, condensando in pochi minuti la traiettoria narrativa di un album che parla di isolamento, comunicazione e ricerca di un’umanità possibile mentre fuori “il mondo è in fiamme”. Un lavoro nato negli anni della pandemia e sviluppatosi tra guerre, tensioni sociali e trasformazioni tecnologiche, con la volontà di non sottrarsi al racconto del presente. Perché, sostiene Piji, negli ultimi anni la canzone italiana si è “molto sganciata dal reale” e troppo spesso ha fatto finta che non stesse accadendo nulla. 

Partiamo dal paradosso: hai appena vinto la Targa Tenco per la Migliore Opera Prima, ma hai alle spalle vent’anni di musica, teatro e scrittura. Ti senti più un debuttante o un veterano?
 

“Mi sento decisamente più un debuttante che un veterano. Quando ho vinto questa Targa ho scritto che potevo finalmente sancire la fine della gavetta 1 per iniziare la gavetta 2. Ho appena iniziato: sono stati vent’anni di gavetta 1 e adesso mi aspetta qualcosa di nuovo, sperando di riuscire a fare ancora meglio. La parte del veterano c’è, perché in questi anni ho accumulato un po’ di esperienza. La possibilità di salire sul palco dell’Ariston senza avere ansia viene dal fatto che questi anni mi hanno rodato in ogni modo. Ma tra le due cose mi sento decisamente un debuttante”. 

Che effetto fa ricevere questo premio?
 

“Credo che sia il sogno di ogni cantautore ricevere la Targa Tenco. Il Club Tenco e la Rassegna Tenco rappresentano uno degli appuntamenti più importanti in Italia per i cantautori, quindi è qualcosa che, oltre a gratificare, impegna. Userò questa Targa come una stella polare per continuare così. Assomiglia a una pacca sulla spalla, a qualcuno di importante che ti dice: ‘Continua così’. E non si tratta soltanto del direttivo del Club Tenco, perché la Targa è il risultato del voto di 300 di estrazioni, testate e gusti diversi. Per me vuol dire tanto”.  

Hai vinto con un disco che parla di comunicazione, solitudine e bisogno di restare umani.
 

“La comunicazione, la solitudine e il bisogno di restare umani appartengono a questo tempo. È un disco molto legato a questi anni: abbraccia la pandemia, le guerre, le distorsioni della nostra e i tentativi di minarla giorno dopo giorno. Fa ancora più piacere perché è un disco anche impegnato e un riconoscimento del genere non era scontato”. 

‘Sta registrando audio’ è una frase che tutti vediamo ogni giorno sullo smartphone. Quando hai capito che dietro quelle tre parole c’era il titolo di un album e forse anche una metafora del nostro tempo?
 

“Ho amato molto questa locuzione per tante ragioni. La prima è che è sghemba, quasi sbagliata, e quindi bellissima. Poi è polisemica: usata come titolo assume significati diversi, tutti importanti. Quello più privato è che, dopo tanti anni di percorso artistico, finalmente ho registrato un disco. Ho fatto tanti singoli, tanti Ep, migliaia di concerti, spettacoli teatrali e anni di radio, ma non avevo mai realizzato un vero album. ‘Sta registrando audio’ significa innanzitutto questo”. 

E cos’altro?
 

“La parte più importante del titolo, però, riguarda la storia che sta dentro il disco. C’è un omino che si è chiuso in una specie di eremitaggio metropolitano per nascondersi da una realtà sempre più crudele, violenta, maleducata e ignorante, da un mondo sempre più in fiamme. Il suo rifugio è diventato una prigione dalla quale non riesce più a uscire. Prova allora a farlo attraverso la comunicazione: spinge un pulsante rosso con scritto ‘Rec’ e registra un audio. La storia lo porterà a uscire dalla sua tana-prigione e a frequentare di nuovo il mondo e la vita vera, con l’utopia di modificarli in qualche modo e di stare nella collettività cercando di renderla socialmente proficua”. 

All’Ariston hai scelto di suonare ‘Sta registrando audio’, ‘Misanthropy Village’ e ‘Umano poco umano’. Perché proprio questi tre brani? Rappresentano una sorta di manifesto del disco?
 

“Sono tre capitoli chiave. ‘Misanthropy Village’ è il primo singolo dal quale è partito tutto. L’ho registrato a cavallo tra il 2019 e il 2020 ed è stata probabilmente la prima canzone che ho scritto per questo album. Nell’arco drammaturgico della tracklist rappresenta il punto più basso. È ironica e musicalmente molto leggera, ma in realtà è il brano più pessimista del disco: racconta la voglia di chiudersi in un proprio mondo, lontano dalle persone viste come cattive, violente e ignoranti. ‘Sta registrando audio’ è invece la prima traccia, quella che apre l’album e dà inizio alla storia: quest’uomo chiuso dentro una stanza-prigione sogna di uscirne e di ritrovare un’umanità che si abbraccia, come in un giorno della Liberazione. ‘Umano poco umano’ si trova quasi alla fine di questo percorso ed è un racconto molto pessimista, sarcastico e doloroso della realtà che viviamo. Nel , però, c’è il tentativo di riappropriarsi di un senso e del proprio tempo, facendo finalmente i conti con la realtà e cercando ciò che può essere ancora umano in un mondo ormai disumanizzato. Avevo poco tempo a disposizione e non potevo fare a meno di queste tre canzoni”. 

Nel disco c’è un altro brano, ‘‘, che racconta la tentazione di chiudersi.
 

“Non è un caso che l’hikikomori, una condizione che racconta proprio questa chiusura, appartenga ai nostri anni. Ogni epoca ha le sue malattie e la tentazione di chiudersi in se stessi oggi è altissima. Io ho fatto un disco, tra virgolette, politico: ho cercato di parlare della realtà, cosa che nella canzone sta avvenendo sempre meno. Non volevo partecipare a una specie di omertà collettiva della canzone italiana, nella quale sembra che non accada mai niente: guerre, pandemie, follie, rigurgiti nostalgici. Eppure sembra che si canti sempre soltanto ‘io ti amo, tu mi ami, io ti lascio, tu mi lasci’. Abbiamo avuto anni di radio e Festival di Sanremo durante i quali sembrava che accadesse tutto e, contemporaneamente, che non stesse accadendo nulla. La canzone italiana si è molto sganciata dal reale e non volevo essere complice di questa macro omertà”.  

Tra un brano e l’altro all’Ariston hai fatto riferimento, con il tuo stile ironico, alle proteste e alle tensioni che attraversano il Paese.
 

“Vedo un’Italia allo sbando. Nel disco ci sono due canzoni che rappresentano due facce opposte di questo sguardo. Una è ‘Le cavallette’, che esprime un punto di vista totalmente pessimista. L’altra è ‘ e le altre’, che racconta invece una piccola grande rivoluzione, quella del calcio femminile. Mi interessava raccontare come, anche dentro una situazione molto difficile, possano esistere persone capaci di cambiare le cose”. 

Ti colpisce di più la rabbia che emerge nelle piazze o il fatto che spesso quella rabbia faccia fatica a trasformarsi in dialogo e proposta?
 

“Mi colpisce soprattutto la mancanza di risposte alle proteste. Le piazze nascono perché qualcuno non si sente ascoltato. Possiamo discutere su alcuni episodi, sulle modalità e su ciò che avviene, ma le piazze vanno ascoltate: siamo noi che parliamo. Se nascono dal fatto che nessuno ci ha ascoltati e poi, ancora una volta, nessuno ci ascolta, tutto rimane com’è”. 

‘Umano poco umano’ si interroga sui confini dell’identità in un’epoca dominata da algoritmi, intelligenza artificiale e comunicazione digitale. Secondo te che cosa resta irriducibilmente umano?
 

“Per il momento sull’intelligenza artificiale sono abbastanza laico. Ogni volta che i nuovi ritrovati della tecnologia ci hanno spaventato, ci siamo ritrovati a usarli pochi minuti dopo avergli sbraitato contro. Cerco comunque di non utilizzarla mai nella creatività. Nel disco ho scritto: ‘Questo album è stato fatto senza intelligenza artificiale né zuccheri aggiunti’. Ma non credo sia l’avanzamento della tecnologia a renderci poco umani: siamo noi a essere degenerati. La disumanità sta dentro di noi. Quello che resta di umano è la capacità di combatterla, per esempio attraverso l’. L’arte è la cosa più umana che mi venga in mente. Ci ha salvato durante la pandemia e continua a salvarci come esempio di bellezza, di pace e di protesta. Le canzoni servono anche a dire delle cose, a ragionare e a far ragionare, persino chi le scrive. Servono a mettere dubbi. Il problema non è stabilire che cosa sia ancora umano: è capire a che punto sia arrivato l’uomo”. 

Nel disco convivono swing, jazz, canzone d’autore, satira, racconto sociale e le collaborazioni con Simona Molinari in ‘Swing Politik’, con Sergio Cammariere in ‘Vai, Valeria!’, con Stefano Di Battista in ‘Misanthropy Village’. Eppure si ha
l’impressione che il mercato discografico faccia fatica a collocare un artista come te.  

“Più che un’impressione, è una certezza. Ma nel mio sogno il mercato non c’è. Il mio obiettivo è provare a fare una canzone moderna, cercando un intreccio molto forte tra musica e testo. È lo sforzo quotidiano che faccio: pensare la canzone come un cinquanta e cinquanta, non come un ottanta e venti. Non voglio perdere la complessità o la bellezza del testo, ma trovare altrettanta forza nella musica. Se il mercato vorrà seguirmi sarò contento, altrimenti continuerò a fare gli altri lavori che ho svolto in questi anni, dal teatro alla radio. Non sempre fare soltanto il cantautore è bastato dal punto di vista economico. Se il mercato riuscisse a capire questo mio tentativo folle di mescolare mondi così distanti, ne sarei felice non per avere più gloria, ma perché mi permetterebbe di lavorare meglio: avere una squadra live più importante e portare lo stesso progetto a un livello più alto. Mi piacerebbe che il mercato venisse incontro a me, ma io non gli vado mai appresso. Quello che dobbiamo fare è raccontare il nostro tempo e cercare di realizzare una canzone il più possibile moderna. Il resto conta meno”. 

Senti questo premio come un punto di arrivo o come l’inizio di una nuova fase della tua carriera?
 

“Un punto d’arrivo per niente. È sicuramente la fine di vent’anni di vita artistica, di mille discipline e di tantissime cose che ho fatto. Sono stato uno stacanovista ed è anche per questo che, pur senza avere mai pubblicato un disco, sono ancora in piedi. Ho fatto tantissimi concerti, singoli ed Ep. Ma questa Targa è soprattutto un inizio, perché segna il vero avvio della mia discografia. È il passaggio dalla gavetta 1 alla gavetta 2. Per me questo è il mio cavolo di primo album”. 

Se potessi lasciare oggi un messaggio vocale all’Italia, cosa diresti?
 

“Le direi di farsi bella, di smettere di dare retta a tutti coloro che vogliono mangiarsela e di pensare un po’ a se stessa. Di provare a combattere tutti quelli che le vogliono male e di ritrovare la propria forza, che è immensa e probabilmente risiede soprattutto nella sua cultura. Una cultura che oggi sembra essere diventata il fanalino di coda del Paese. In una parola, le direi di migliorarsi”. (Dall’inviata a Sanremo Antonella Nesi) 

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