La tensione nel Golfo Persico sfiora il punto di non ritorno. Di fronte alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha ventilato l’ipotesi di nuovi attacchi aerei contro la Repubblica Islamica subito dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, Teheran alza drasticamente la posta in gioco. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal sulla base di fonti diplomatiche e comunicazioni riservate, il regime iraniano ha trasmesso un ultimatum formale a Washington e ai suoi alleati: in caso di nuove incursioni congiunte di Stati Uniti e Israele, la risposta non si limiterà alle basi militari o alle navi da guerra, ma investirà sistematicamente le infrastrutture civili ed economiche di tutto il Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha fatto sapere che nel mirino della rappresaglia finiranno gli aeroporti internazionali del Golfo, gli oleodotti strategici e i nodi energetici dei Paesi arabi vicini a Washington. Teheran minaccia inoltre di affondare le unità navali americane, intensificare gli attacchi contro il personale militare e tranciare i cavi sottomarini per le telecomunicazioni nello Stretto di Hormuz. Una strategia di guerra asimmetrica — ricalcata sulle incursioni a lungo raggio già collaudate dagli Houthi yemeniti — pensata per paralizzare i cieli, il mercato mondiale del petrolio e la connettività globale.
Evacuazioni USA nel Medio Oriente e lo spettro del sostegno cinese
Le minacce di Teheran arrivano in una fase in cui, nonostante le rassicurazioni del Pentagono sull’avvenuta distruzione di gran parte dell’industria bellica iraniana di missili e droni, gli esperti confermano che la Repubblica Islamica mantiene un arsenale sotterraneo ancora in grado di devastare la regione. Negli ultimi giorni sono aumentati gli abbordaggi e gli attacchi alle petroliere nel Golfo Persico, con almeno due imbarcazioni affondate, a testimonianza di una guerra a bassa intensità già in corso.
Di fronte al concreto rischio di un’escalation totale, gli Stati Uniti hanno avviato la mobilitazione straordinaria delle proprie forze: verso il Medio Oriente è stato inviato il terzo gruppo d’attacco di una portaerei assieme a un’ulteriore unità di spedizione dei Marines. Parallelamente, il Dipartimento di Stato ha ordinato al personale governativo non essenziale e ai familiari delle diplomazie di evacuare l’Arabia Saudita e ridotto la presenza nelle sedi più esposte della regione. A complicare lo scenario bellico subentrano infine i forti timori dell’intelligence americana su un presunto supporto di entità cinesi a Teheran, accusate di fornire immagini satellitari e tracciamenti radar in tempo reale per puntare le navi da guerra statunitensi.





