Il centrodestra prova a ricucire sulla legge elettorale. Dopo la bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle preferenze, la maggioranza avrebbe trovato un nuovo accordo per ripresentare la modifica al Senato. La premier Giorgia Meloni ha insistito sul punto, arrivando anche a minacciare le dimissioni e le elezioni in autunno, e gli alleati hanno dato il via libera. A Palazzo Madama il voto segreto non è previsto, quindi il rischio di nuovi franchi tiratori dovrebbe essere più basso.
Il nuovo emendamento
L’emendamento dovrebbe essere presentato da Fratelli d’Italia e Noi Moderati, come già avvenuto alla Camera, oppure in forma unitaria da tutta la coalizione. La scadenza per il deposito in commissione Affari costituzionali sarà fissata al 7 agosto.
Se passasse l’emendamento, i capilista rimarrebbero bloccati, ma l’elettore potrebbe indicare fino a tre candidati, scegliendo nomi di genere diverso, secondo un modello simile a quello usato per le Europee. Rispetto al testo bocciato a Montecitorio, dovrebbe arrivare una tutela in più. I partiti dovrebbero presentare capilista uomini e donne in una proporzione non inferiore al 60-40. Confermato l’obbligo di alternanza tra i candidati successivi.
Forza Italia apre, ma non su tutto
Forza Italia, che nei giorni scorsi aveva mostrato forti resistenze, dopo l’aut aut della presidente del Consiglio appare disposta a trovare un’intesa. «Sul tema delle preferenze valuteremo le proposte», ha spiegato Antonio Tajani, aggiungendo che i gruppi decideranno «in piena libertà».
Gli azzurri però non intendono cedere sulla norma anti-frammentazione, contestata dalle opposizioni e ribattezzata “rubavoti”. È la previsione secondo cui i voti delle liste sotto il 3 per cento, salvo la migliore tra quelle escluse, non concorrono al raggiungimento del 42 per cento necessario per ottenere il premio di maggioranza.
Il ritorno alla Camera
Se il Senato modificherà il testo, la legge dovrà tornare alla Camera per un nuovo voto. È il passaggio più delicato: a Montecitorio si ripresenterà infatti il nodo del voto segreto, già costato alla maggioranza la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze per un solo voto. Andare di nuovo sotto significherebbe prestare il fianco agli attacchi dell’opposizione e del partito di Vannacci.
Per questo il centrodestra punta a limitare le modifiche a interventi mirati, così da rendere il nuovo passaggio più rapido e meno rischioso. Meloni è ben consapevole che potrebbe non bastare: la minaccia di dimissioni mira a far sì che i malumori non si trasformino in voti contrari.
La maggioranza cerca una tregua
L’accordo sulle preferenze serve anche a evitare che la riforma elettorale diventi il detonatore di una crisi interna. Meloni vuole sanare quello che nella maggioranza viene vissuto come uno «sfregio» dopo il voto segreto alla Camera. Ma i dossier aperti sono tanti: dalle intercettazioni, sulle quali Forza Italia non pare disposta a fare ulteriori concessioni, alla legittima difesa, dove la Lega va avanti da sola.
La tregua, dunque, resta fragile, con la coalizione che fatica a trovare una visione d’insieme e ormai costretta a negoziare ogni passaggio.
Per quel che riguarda le preferenze, al Senato i numeri dovrebbero tenere. Alla Camera, invece, non ci sono certezze.
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