A tre anni dal drammatico attacco terroristico sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023, il Medio Oriente si ritrova irriconoscibile, intrappolato in una spirale di violenza e incertezza che ne ha ridefinito radicalmente gli equilibri geopolitici e sociali. Quella data, segnata dall’operazione “Alluvione Al-Aqsa” con il lancio di 5.000 razzi e l’infiltrazione di oltre mille miliziani nei kibbutz di confine e al Nova Music Festival, provocò la morte di 1.200 persone e il sequestro di 251 ostaggi, dei quali solo 168 sono tornati vivi in patria. Un trauma collettivo che per Israele rappresenta uno spartiacque storico indelebile.
La risposta militare di Tel Aviv con l’operazione “Spade di Ferro” ha trasformato la Striscia di Gaza in una terra devastata. Secondo le stime del ministero della Sanità locale riprese dalle Nazioni Unite e confermate da Medici Senza Frontiere, il bilancio delle vittime palestinesi ha superato la cifra di 70.000 morti, tra cui si contano oltre 20.000 bambini. Quasi 1,9 milioni di persone — pari al 90% dell’intera popolazione della Striscia — sono state costrette a sfollare in condizioni igienico-sanitarie e umane disperate.
Le crepe nella società israeliana e l’ombra delle elezioni
Nel giorno delle cerimonie ufficiali sul Monte Herzl, il presidente israeliano Isaac Herzog ha ribadito la necessità di riflettere sui fallimenti dell’intelligence e sui segnali di allarme ignorati prima dell’attacco, sottolineando al contempo il rischio delle spaccature sociali mentre il Paese si avvia verso le prossime consultazioni elettorali. Sulla stessa linea, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha riconosciuto che il peso delle responsabilità di quella giornata non potrà mai essere cancellato da alcun successo tattico sul campo.
Le tensioni politiche attorno alla figura del primo ministro Benjamin Netanyahu continuano ad acuirsi. Una recente analisi della CIA evidenzia profonde fratture interne a Israele, dove il dibattito si divide tra la richiesta di un cambio di rotta politico e le testimonianze dei sopravvissuti, per i quali la presenza permanente delle forze armate a Gaza rimane l’unica garanzia di sicurezza.
L’occupazione di Gaza e il fallimento definitivo delle diplomazie
Il piano di pace proposto dalla presidenza americana guidata da Donald Trump è ormai ufficialmente fallito. Nonostante le fasi iniziali della trattativa prevedessero il ritiro delle truppe israeliane dietro la cosiddetta “linea gialla” per mantenere il controllo limitato al 53% del territorio, l’esercito di Tel Aviv ha progressivamente esteso le operazioni militari sul campo fino a occupare stabilmente circa due terzi della Striscia.
Le organizzazioni umanitarie operative nell’area denunciano un meccanismo di isolamento progressivo che priva le comunità palestinesi superstiti dell’accesso ai beni primari, dalla sanità all’acqua potabile. A tratteggiare la gravità della situazione è stato anche il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che da Pisa ha descritto la fase attuale come un pericoloso limbo di “non pace e non guerra”, dove l’umanità e le relazioni sociali tra i popoli necessitano di essere interamente ricostruite da zero.





