La storia si ripete come un’eco inquietante che dal cuore degli Urali del 1979 giunge fino alle distese siberiane di oggi. A quattro giorni dalla morte di Daria Shipilova, giovane scienziata impiegata in un centro di ricerca vicino a Irkutsk, le autorità russe continuate a erigere un muro di reticenza. La versione ufficiale parla di una generica “polmonite”, affrettandosi a smentire qualsiasi legame con le attività del laboratorio. Un copione già visto che richiama alla memoria la tragedia di Sverdlovsk, quando il blackout informativo del regime sovietico cercò di insabbiare una devastante fuga di antrace.
L’incidente del 1979 e la fabbrica della morte di Biopreparat
Il 30 marzo 1979, nella cittadella militare numero 19 di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), un filtro antiparticolato intasato venne smontato senza essere sostituito. Per ore le centrifughe dell’impianto — legato al programma segreto di armi batteriologiche Biopreparat — dispersero nell’aria una nube tossica del temibile ceppo 836 di antrace. I primi operai si ammalarono tre giorni dopo, lasciando sul campo decine di vittime ufficiali (66 per Mosca, oltre 600 secondo stime indipendenti).
Per anni la Tass addebitò la morìa alla vendita di carne avariata al mercato nero, mentre il KGB bonificava gli archivi e falsificava i certificati di morte. Ci vollero 13 anni prima che Boris Eltsin ammettesse la matrice militare dell’incidente, rivelando al mondo che l’URSS aveva continuato a sviluppare armi biologiche in palese violazione dei trattati internazionali firmati nel 1972.
Lo scontro con la Casa Bianca e i dubbi internazionali
Oggi i sospetti legati al potenziale focolaio di peste polmonare a Irkutsk valicano i confini russi, alimentando un duro scontro diplomatico. Mosca ha rispedito al mittente le richieste di chiarimento inviate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Comitato per la sicurezza sanitaria dell’Unione Europea, che lamenta informazioni estremamente limitate.
Dura la reazione degli Stati Uniti: al presidente Donald Trump, che offriva assistenza, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto con sarcasmo. Il Dipartimento di Stato ha inviato una nota formale ricordando che la mancanza di trasparenza viola il Regolamento Sanitario Internazionale, mentre Washington cerca di verificare se il focolaio sia riconducibile a fughe da strutture di ricerca biologica.
Nonostante le rassicurazioni di facciata e la chiusura formale di Biopreparat negli anni ’90, molti analisti e intelligence occidentali temono che le strutture di contenimento e sperimentazione russe non abbiano mai smesso del tutto di operare. Di fronte all’ennesima polmonite non verificabile, Mosca sceglie ancora una volta la linea del silenzio.





