«Non partiamo da zero, negli ultimi quattro anni abbiamo lavorato insieme»: la citazione di Daniele Silvestri evocata da Elly Schlein sulle «4.850 cose in comune» trova una convergenza sostanziale con Giuseppe Conte, che dalle tribune del Manifesto e di Fanpage ha fissato in «un paio di settimane» il tempo necessario per chiudere la stesura del programma unitario. I leader dell’opposizione tracciano la spina dorsale del “programma del cambiamento” su cui Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa hanno già stretto le prime intese di massima. Un’agenda progressista blindata attorno a quattro pilastri fondamentali: redistribuzione fiscale, tutela dei redditi da lavoro, rilancio industriale sostenibile e una marcata discontinuità in politica estera.
L’obiettivo strategico è opporre alla maggioranza di centrodestra un’alternativa organica e credibile, capace di superare le sfumature interne ed evitare le storiche trappole delle divisioni programmatiche.
Fisco progressivo e salario minimo: la ricetta per il ceto medio
Il primo punto di convergenza riguarda la totale riscrittura del sistema fiscale varato dal governo Meloni. Il campo largo ha stretto un’intesa per abolire gli scaglioni Irpef e introdurre un’aliquota continua e progressiva sul modello tedesco e danese, con l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione. Messa da parte l’ipotesi di una patrimoniale ordinaria — che vede la netta contrarietà di Italia Viva e posizioni divergenti tra dem e M5S —, l’accordo è già cieco sull’introduzione immediata del salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora per contrastare contratti pirata e lavoro povero.
Accanto alle misure sui salari, l’intesa inserisce il congedo paritario per i padri e la reindicizzazione delle retribuzioni all’inflazione reale per arginare gli effetti del fiscal drag. Sul fronte dello sviluppo, il piano di politica industriale prevede il ripristino e il rafforzamento dei crediti d’imposta in stile Transizione 4.0, norme anti-delocalizzazione e il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas per abbattere i costi delle bollette tramite la spinta sulle rinnovabili.
Politica estera: intesa sul no al riarmo al 5% e riconoscimento della Palestina
Se la linea sul sostegno militare all’Ucraina resta il passaggio più spinoso — sul quale Conte e Schlein ammettono la necessità di una “sintesi alta” ancora tutta da costruire —, il fronte progressista rivendica un’intesa già raggiunta sugli assetti internazionali generali. Il governo del campo largo concorda nel bocciare qualsiasi piano di riarmo fondato su singole corse agli armamenti nazionali, promuovendo invece la costruzione di una vera e propria Difesa comune europea.
Inoltre, Schlein e Fratoianni confermano due impegni chiave stabiliti per il primo Consiglio dei ministri: l’immediata disdetta dell’intesa Nato per l’innalzamento della spesa militare al 5% del Pil — giudicata un’imposizione irrealizzabile e dannosa per il welfare — e l’ufficializzazione del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Italia.





