La narrazione trionfalistica condotta dall’esecutivo sui presunti successi economici del Paese si infrange brutalmente contro la realtà sociale certificata dall’Istituto Nazionale di Statistica. I recenti dati pubblicati dall’Istat, che registrano un marginale scostamento della povertà assoluta da 5,7 a 5,4 milioni di individui — pari a una contrazione di appena 300mila persone e 119mila famiglie —, svelano il sostanziale fallimento delle politiche sociali del governo guidato da Giorgia Meloni. Il superamento puramente contabile della soglia Isee di 9.350 euro non equivale affatto a un affrancamento dalla deprivazione, poiché un risibile incremento marginale delle entrate familiari viene istantaneamente divorato dal carovita e dal rincaro dei beni di prima necessità.
A confermare lo stato di prostrazione in cui versa il Paese è l’estensione della povertà relativa, una condizione che continua a penalizzare ben 8,7 milioni di individui e oltre 2,8 milioni di famiglie con redditi inferiori al sessanta per cento del valore mediano. Tra la fascia degli operai l’incidenza dell’indigenza si mantiene doppia rispetto alla media dei lavoratori occupati, a dimostrazione di come le misure dell’esecutivo non siano state in grado di contrastare la piaga dei salari da fame, insufficienti persino nelle metropoli dove la soglia di povertà sale fino a 1.256,37 euro mensili.
L’emergenza abitativa e la piaga degli sfratti sotto la gestione del centrodestra
Il collasso dell’azione di governo emerge con drammatica chiarezza sul terreno del diritto all’abitare, individuato dall’Alleanza contro la povertà come il fattore primario di scivolamento verso la miseria. Il disinteresse istituzionale per il mercato degli affitti ha scaricato il peso dell’inflazione sulle categorie più vulnerabili, portando l’incidenza della povertà al 28,7% tra i nuclei residenti in locazione, a fronte di un contenuto 6% tra le famiglie proprietarie dell’immobile in cui vivono.
Questo vuoto d’intervento ha alimentato un’escalation di emergenze sociali, con gli sfratti per morosità che rappresentano oltre il 72% delle più di 37mila procedure esecutive aperte nel Paese nel 2025. Un quadro desolante che colpisce direttamente più di 1 milione e 136mila minori e penalizza oltre 1,5 milioni di cittadini stranieri residenti, per i quali una condizione di povertà che sfiora il 33% si converte in una barriera burocratica per il rinnovo dei permessi di soggiorno e l’ottenimento della cittadinanza.
La risposta della Manovra: bonus elettorali e nessun investimento strutturale
Di fronte a livelli di indigenza che gli enti caritatevoli come la Fondazione Banco Alimentare confermano essere vicini ai picchi storici del 2024 e decisamente peggiori rispetto ai rilevamenti del 2021 antecedenti all’insediamento dell’esecutivo Meloni, le scelte finanziarie predisposte per la legge di Bilancio confermano la mancanza di una visione strategica. Le richieste di organismi sociali e di associazioni come Save the Children per un piano straordinario sull’edilizia residenziale pubblica e sul rafforzamento del welfare di prossimità sono rimaste del tutto inascoltate.
La maggioranza ha preferito orientare le limitate risorse a disposizione verso sgravi IRPEF destinati alle fasce di reddito compresi tra 50 e 60mila euro e verso l’erogazione di bonus una tantum, utili alla propaganda di breve termine ma privi di qualsiasi impatto redistributivo. Un’impostazione economica che lascia sguarniti i servizi essenziali, a cominciare da sanità e casa, e condanna milioni di cittadini a una condizione di perenne insicurezza.
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