L’idea di trasformare i soldati dell’Esercito in agenti di polizia giudiziaria capaci di effettuare arresti nelle piazze italiane è tramontata davanti a un preciso altolà costituzionale. A stoppare la norma simbolo dell’ennesimo decreto sicurezza voluto da Giorgia Meloni è stato direttamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Durante l’incontro svoltosi a metà giornata al Quirinale con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il Capo dello Stato ha espresso una contrarietà netta e insuperabile: attribuire poteri repressivi di polizia alle forze armate non è in linea con gli standard e i principi fondamentali delle democrazie occidentali.
Un principio che per il Colle ha rappresentato una vera e propria clausola di salvaguardia della tenuta democratica: di fronte alla prospettiva che il governo s’intestardisse a conferire prerogative da forza pubblica ai 500 militari della Folgore e del Savoia inviati a Milano, dal Quirinale è filtrata la concreta determinazione a non firmare il provvedimento. Una spinta che ha trovato sponda non solo nelle forti contrarietà espresse dai sindacati di polizia e da diversi settori della stessa maggioranza, ma soprattutto nella rigida separazione dei ruoli sancita dall’ordinamento: l’ordine interno spetta esclusivamente alle forze civili, mentre quelle militari difendono l’esterno e difettano del necessario addestramento per la polizia giudiziaria.
Un decreto di sola repressione: il contrasto con il richiamo di Mattarella ad «analisi approfondite»
Eliminato il nodo dei soldati-poliziotti — che nell’ambito di Strade Sicure potranno solo pattugliare, identificare e chiamare le forze dell’ordine per eventuali fermi —, Mattarella apporrà la sua firma sul decreto non ravvisando ulteriori profili di palese incostituzionalità. Tuttavia, l’architettura finale del testo rivela la persistente distanza tra la linea di Palazzo Chigi e la visione della Presidenza della Repubblica. Il provvedimento si riduce all’ennesima risposta unicamente repressiva che introduce la nuova fattispecie di “violenza organizzata nelle manifestazioni” ed estende il fermo preventivo ai minorenni; strumenti che si sovrappongono a un quadro normativo già esistente ma incapace, da solo, di contenere il malessere e l’esplosione della rabbia urbana.
Il pacchetto del governo prescinde così dal richiamo culturale e sociale lanciato dallo stesso Mattarella solo 24 ore prima a Imperia. Di fronte alle immagini delle devastazioni di Milano e Torino e colpito dalla giovanissima età degli arrestati, il Presidente aveva definito la violenza «inaccettabile», invitando però la politica a comprendere la radice del fenomeno e non limitarsi alla sola mannaia penale. Per il Colle serve «un’analisi intelligente e approfondita» su protagonisti «inediti» che pongono interrogativi complessi, mentre la maggioranza ha preferito scavalcare la riflessione per concentrare l’azione di governo su nuovi reati e stretti recinti sanzionatori.





