A quattro giorni dalle cruciali elezioni politiche in Israele fissate per il 27 ottobre, la Cisgiordania precipita nel terrore e rischia di trasformarsi nel nuovo fronte di una guerra totale. Un prolungato scontro a fuoco durato oltre venti minuti presso un checkpoint militare vicino a Hebron ha provocato la morte di due soldati dell’Idf di 23 e 20 anni, oltre al ferimento di altri tre militari. I due assalitori palestinesi, scesi da un’auto armati di fucili d’assalto e pistole, sono stati uccisi dalle truppe di pattuglia.
L’agguato ha provocato l’immediata reazione del premier Benjamin Netanyahu, che ha annullato di punto in bianco tutti i comizi e le manifestazioni elettorali del Likud. Recatosi sul luogo del conflitto, il capo del governo ha annunciato una stretta repressiva senza precedenti: sigilli a Hebron, posti di blocco in tutto il territorio e l’ordine all’esercito di prepararsi al “blocco totale” della Cisgiordania. «Entreremo nei quartieri da cui provenivano i terroristi, evacueremo i residenti e andremo porta a porta a distruggere le infrastrutture. Costruiremo qui le infrastrutture per nuovi insediamenti», ha scandito Netanyahu, promettendo un’offensiva «su vasta scala, la più grande dal 1967».
La destra alza il tiro: “Demolire e cancellare l’Autorità Palestinese”
L’attacco di Hebron ha scatenato la reazione rabbiosa dei ministri dell’estrema destra messianica e nazionalista che blindano l’esecutivo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto apertamente lo smantellamento definitivo dell’Autorità Nazionale Palestinese, definendola «un’infrastruttura terroristica da eliminare». Gli fa eco il ministro della Difesa Israel Katz, annunciando che l’intero quartiere del clan familiare degli attentatori verrà sgomberato e raso al suolo: «Il modello del campo profughi di Jenin arriva a Hebron, è l’unico linguaggio che il terrorismo comprende».
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha già disposto la demolizione immediata di una fila di strutture arabe abusive ridosso del valico, mentre il principale sfidante di Netanyahu alle urne, Gadi Eisenkot, si è accodato nel rendere omaggio all’eroismo dei soldati caduti per fermare la strage.
Tensione diplomatica con Roma: Tajani attacca l’Idf per il fermo di cinque attiviste italiane
Le draconiane misure di sicurezza e i blitz a tappeto lanciati dalle forze israeliane — che hanno già portato all’arresto di decine di affiliati ad Hamas e Jihad Islamica — stanno sollevando profonda apprensione nella comunità internazionale.
Da Istanbul, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha pronunciato parole durissime contro la linea sproporzionata del governo israeliano e contro l’ennesimo sgarbo diplomatico ai danni dell’Italia: «Siamo perché il popolo palestinese possa vivere in pace con Israele, ma non è colpendo la popolazione o i villaggi cristiani che si garantisce la sicurezza». Tajani ha poi bollato come «assolutamente inaccettabile» la detenzione temporanea di cinque giovani attiviste italiane bloccate dalle truppe israeliane in Cisgiordania: «Non hanno commesso alcun reato e il loro rientro in Patria è previsto già per domani mattina».





