(Adnkronos) – “Ho subito un abuso quando avevo 8 anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre. Penso che raccontarlo possa essere utile a tante persone che hanno vissuto quello che ho conosciuto io”. Alla vigilia dell’uscita di ‘Kintsugi’, il nuovo album atteso il 27 novembre, Elisa affida a parole profonde e dolorose il racconto di una ferita che l’ha accompagnata per gran parte della sua vita. Un percorso di autoanalisi che, spiega l’artista al ‘Corriere della Sera’, le ha permesso di comprendere meglio ciò che le è accaduto e di guardarlo con una consapevolezza diversa. “Sto imparando a non colpevolizzarmi. Sto facendo un lavoro di pulizia, certi ingombri non si rimuovono, ma si può sistemarli nel posto giusto. Non lo avevo mai fatto”, ammette. Da un po’ di tempo, racconta, “ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto. I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura. Mi sono liberata dentro e fuori di me”.
Nel suo racconto emerge anche il tema del senso di colpa, una sensazione che spesso accompagna chi ha subito una violenza. Elisa lo definisce uno dei motivi principali che l’hanno spinta a rompere il silenzio e a condividere pubblicamente la propria esperienza. “Mio nonno tornò da Buchenwald, era un partigiano, aveva partecipato alla Resistenza. Non so del suo senso di colpa, perché lui non parlava mai di quel tempo. Tornò a casa che pesava la metà di quando era partito. Io uso le parole come rammendo delle ferite, mi fanno tenere il filo delle cose, mi impediscono di alterarle, mi aiutano a ricordarmi chi sono stata, in questo senso mi aiutano anche a comprendere meglio i miei figli”. Il senso di colpa “è proprio il motivo per cui oggi ho deciso di parlarne. Voglio cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito abusi”. Per la cantautrice “è una missione collettiva, liberarsi da questo assurdo, straziante senso di colpa per una violenza subita. Lo faccio con il mio lavoro, con queste parole, sostenendo il movimento di donne di ‘Una, nessuna centomila’ che ho contribuito a fondare”.
L’artista sottolinea quanto sia difficile per una bambina abusata continuare a fidarsi degli altri e degli adulti che dovrebbero proteggerla. “Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli“. Quel dolore, spiega, si va a insediare “in anfratti che ogni tanto rigurgitano. È un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona abusata non ha mai nessuna colpa”.
Il nuovo progetto dell’artista – il nuovo album e il docu-film ‘Kintsugi…e sono la mia opera’, presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma – ruota attorno all’idea della trasformazione e della rinascita. “Nasce dal bisogno di raccontare sinceramente una crisi individuale, il suo attraversamento verso un grandissimo cambiamento. Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista, non avevo infatti la protezione del ruolo, ero io, nuda di fronte a un terremoto. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di descriverlo, e di descrivermi, nella forma più brutale, più autentica, meno levigata. Ho dato forma al senso di una rivoluzione interiore”. ‘Kintsugi’ “è il racconto di questo viaggio. È il nome di una disciplina giapponese che consiste nel riparare gli oggetti senza nascondere le rotture, ma valorizzandole e facendole divenire nuova luce“.
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