lunedì 28 Settembre 2026

Hiv, Di Perri (UniTo): “Long acting dà certezza di aderenza a terapia”

Di La Sintesi Online
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() – “Le formulazioni long acting rappresentano un cambio di paradigma logistico importante. Iniettare un farmaco con proprietà che lo fanno permanere a lungo a livelli adeguati per sopprimere la replicazione virale toglie di fatto quel rituale giornaliero”, ed evita al di “ricordarsi che hai un’infezione che devi chemiosopprimere. Il poter vedere il paziente 1 o 2 volte l’anno riduce il rischio che aderenza e vita quotidiana diventino un problema. E’ anche un bel modo di investire il , perché siamo certi che il paziente è per forza aderente in quanto il farmaco viene somministrato sotto “. Così Giovanni Di Perri, professore ordinario di Malattie infettive all’università di Torino e direttore della Clinica di Malattie infettive, commentando alcuni studi di fase 1 presentati alla Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (Croi 2026) che si è tenuta a Denver nelle scorse settimane.  

Durante i lavori congressuali sono stati presentati i primi risultati per 2 long acting di fase 1 con ambizione ‘twice‑yearly’, cioè un’iniezione ogni 6 mesi: VH‑184, un inibitore dell’integrasi di terza generazione, e VH‑499, un inibitore del capside. Per VH‑184, lo studio di fase 1 in adulti senza Hiv ha valutato una singola somministrazione sottocutanea o intramuscolare in 2 formulazioni. Entrambe hanno mostrato proprietà long acting e una, in particolare, ha mantenuto livelli di farmaco stabili fino al mese 7, un segnale coerente con l’ipotesi di copertura semestrale. La tollerabilità è risultata complessivamente favorevole. Anche i dati in vitro sullo stesso VH‑184 hanno mostrato una potenza migliorata e un profilo di resistenza più robusto rispetto a bictegravir quando testato contro virus con mutazioni associate alla resistenza agli inibitori del trasferimento di filamento dell’integrasi (Insti) di , mantenendo su un ampio ventaglio di ceppi resistenti, inclusi quelli con più sostituzioni. Su questo punto, Di Perri sottolinea il potenziale valore clinico: “Il VH‑184 è anche in grado di superare le eventuali resistenze accumulatesi verso i composti più anziani della stessa classe”. E avverte che la vera prova sarà la distanza tra concentrazioni raggiunte e capacità del virus di replicare: “Da un punto di vista farmacocinetico gli studi di fase 1 sono molto attraenti e interessanti, ma poi ci vorrà una serie di prove cliniche nel soggetto con l’infezione”, osserva.  

Per VH‑499, lo studio di fase 1 (sempre in adulti senza Hiv) ha testato una singola iniezione intramuscolare o sottocutanea con dosi tra 100 e 1200 mg: entrambe le vie hanno mantenuto livelli di farmaco stabili per un periodo prolungato, supportando la possibilità di intervalli fino a 6 mesi. Anche in questo caso l’esperto sottolinea che ci vorrà tempo per vedere confermate queste premesse positive. “Siamo in fase 1 – rimarca – ci vorranno degli anni. Se però l’opzione di 6 mesi si realizza, la di chi gradisce questo tipo di soluzione si amplierà moltissimo, fino a immaginare, probabilmente, una coesistenza fra delle soluzioni per via orale, magari una pillola settimanale, e un’alternativa iniettabile semestrale, perché è chiaro che ci sarà chi non vuole o non è compatibile con la terapia iniettiva”, conclude Di Perri. 

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