giovedì 13 Agosto 2026

Biodiversità, ricerca e impresa: così l’Italia vuole fare sistema con il National Biodiversity Future Center

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – Il National Biodiversity Future Center è il primo grande tentativo italiano di mettere ordine, e soprattutto dare massa critica, a un settore storicamente frammentato come quello della biodiversità. Nato nel 2022 nell’ambito del Pnrr, il riunisce università, enti di ricerca e imprese con un obiettivo ambizioso: trasformare la tutela ambientale in un’infrastruttura scientifica, ma anche economica e industriale. L’Adnkronos ne ha parlato con il Luigi Fiorentino. 

Che cos’è davvero il Nbfc e perché nasce?
 

“Il centro nasce il 29 agosto 2022 nell’ambito del Pnrr, con un obiettivo molto chiaro: integrare un settore che in Italia era estremamente frammentato. La biodiversità, per lungo tempo, è stata considerata soprattutto un tema ambientale o naturalistico, ma dal punto di vista scientifico e organizzativo era dispersa tra discipline e istituzioni che dialogavano poco tra loro. Il Pnrr ha messo a disposizione risorse importanti (oltre 300 milioni) e ha consentito di costruire un’infrastruttura nazionale che mette insieme università, enti di ricerca pubblici e anche soggetti privati. La parola chiave è integrazione”. 

In termini concreti, che cosa significa questa integrazione?
 

“Significa innanzitutto mettere a sistema una comunità scientifica che già esisteva ma lavorava in modo isolato. Parliamo di circa 1.400 ricercatori già attivi su questi temi, a cui si sono aggiunti oltre 1.000 giovani ricercatori reclutati grazie al Pnrr. Ma significa anche interdisciplinarità: oggi non lavorano solo biologi o ecologi, ma anche economisti, esperti di innovazione, di comunicazione della scienza. È un cambio di paradigma importante”. 

Quanto ha pesato, in questo percorso, l’ingresso della biodiversità in Costituzione?
 

“La modifica dell’articolo 9 nel 2022 ha rappresentato sicuramente un segnale forte. È stata una spinta nella stessa direzione: da un lato il riconoscimento costituzionale della biodiversità, dall’altro la costruzione concreta di strumenti come il nostro centro. Sono processi paralleli, ma indicano che il tema è diventato strategico anche a livello istituzionale”. 

Come è organizzato il centro?
 

“Abbiamo adottato un modello hub & spoke: un centro principale e otto aree operative. Sei sono tematiche – , terra, ambienti urbani – e due sono trasversali, dedicate all’innovazione e alla comunicazione scientifica. È un modello che consente di coordinare una rete molto ampia mantenendo allo stesso tempo specializzazione e focus”. 

Uno degli elementi più interessanti è quello dei dati. Che cosa state costruendo?
 

“Stiamo creando una grande infrastruttura di dati open access. Questo significa, per esempio, digitalizzare e rendere disponibili patrimoni scientifici enormi: oltre 4,2 milioni di campioni vegetali degli erbari italiani, la catalogazione del Dna di più di 10.000 specie, e circa 8.000 molecole bioattive. È un che sarà a disposizione della comunità scientifica e potrà generare nuova ricerca, ma anche applicazioni concrete”. 

E qui arriviamo al punto chiave: la biodiversità può diventare economia?
 

“È esattamente la . La biodiversità non può essere solo tutela, per quanto fondamentale. Deve diventare anche un’opportunità economica. Abbiamo finanziato, con i cosiddetti bandi a cascata, progetti per oltre 45 milioni di , coinvolgendo parchi, riserve naturali e soprattutto piccole e medie imprese. Da un lato abbiamo tecnologie per il monitoraggio e la conservazione, dall’altro applicazioni industriali: penso al farmaceutico, dove alcune molecole naturali possono avere applicazioni contro Alzheimer, Parkinson o tumori. L’obiettivo è rendere questi risultati scalabili, cioè portabili sul mercato”. 

Questo implica anche un cambio culturale nel mondo accademico?
 

“Assolutamente sì. Per questo abbiamo investito molto sulla . Abbiamo attivato un dottorato nazionale con oltre 200 dottorandi, master di secondo livello, scuole stagionali in tutta Italia e programmi di upskilling. In un progetto, ad esempio, abbiamo formato giovani su business plan e : dieci di loro hanno ottenuto per avviare imprese. Stiamo costruendo competenze che prima semplicemente non esistevano”. 

State anche lavorando direttamente sul fronte startup e innovazione. In che modo?
 

“Stiamo sviluppando un modello nuovo: non limitarci a comprare servizi dal mercato, ma entrare direttamente nei processi di innovazione. Abbiamo avviato un percorso per selezionare un incubatore e partecipare anche al capitale, creando un’integrazione reale tra ricerca e impresa. È un passaggio complesso, anche per i vincoli amministrativi, ma è lì che si gioca la partita: portare la ricerca fuori dai laboratori”. 

Arriviamo alla domanda cruciale: cosa succede dopo il Pnrr?
 

“La vera sfida inizia adesso. Finché ‘erano le risorse del Pnrr, il problema era raggiungere gli obiettivi. Da qui in avanti, il tema è la sostenibilità. Il centro dovrà essere capace di attrarre risorse, dialogare con il mercato e con le istituzioni, e soprattutto offrire valore alla comunità scientifica. Se non riusciamo a essere utili agli scienziati, il centro perde di senso”. 

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webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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