(Adnkronos) – Il National Biodiversity Future Center è il primo grande tentativo italiano di mettere ordine, e soprattutto dare massa critica, a un settore storicamente frammentato come quello della biodiversità. Nato nel 2022 nell’ambito del Pnrr, il centro riunisce università, enti di ricerca e imprese con un obiettivo ambizioso: trasformare la tutela ambientale in un’infrastruttura scientifica, ma anche economica e industriale. L’Adnkronos ne ha parlato con il presidente Luigi Fiorentino.
Che cos’è davvero il Nbfc e perché nasce?
“Il centro nasce il 29 agosto 2022 nell’ambito del Pnrr, con un obiettivo molto chiaro: integrare un settore che in Italia era estremamente frammentato. La biodiversità, per lungo tempo, è stata considerata soprattutto un tema ambientale o naturalistico, ma dal punto di vista scientifico e organizzativo era dispersa tra discipline e istituzioni che dialogavano poco tra loro. Il Pnrr ha messo a disposizione risorse importanti (oltre 300 milioni) e ha consentito di costruire un’infrastruttura nazionale che mette insieme università, enti di ricerca pubblici e anche soggetti privati. La parola chiave è integrazione”.
In termini concreti, che cosa significa questa integrazione?
“Significa innanzitutto mettere a sistema una comunità scientifica che già esisteva ma lavorava in modo isolato. Parliamo di circa 1.400 ricercatori già attivi su questi temi, a cui si sono aggiunti oltre 1.000 giovani ricercatori reclutati grazie al Pnrr. Ma significa anche interdisciplinarità: oggi non lavorano solo biologi o ecologi, ma anche economisti, esperti di innovazione, di comunicazione della scienza. È un cambio di paradigma importante”.
Quanto ha pesato, in questo percorso, l’ingresso della biodiversità in Costituzione?
“La modifica dell’articolo 9 nel 2022 ha rappresentato sicuramente un segnale forte. È stata una spinta nella stessa direzione: da un lato il riconoscimento costituzionale della biodiversità, dall’altro la costruzione concreta di strumenti come il nostro centro. Sono processi paralleli, ma indicano che il tema è diventato strategico anche a livello istituzionale”.
Come è organizzato il centro?
“Abbiamo adottato un modello hub & spoke: un centro principale e otto aree operative. Sei sono tematiche – mare, terra, ambienti urbani – e due sono trasversali, dedicate all’innovazione e alla comunicazione scientifica. È un modello che consente di coordinare una rete molto ampia mantenendo allo stesso tempo specializzazione e focus”.
Uno degli elementi più interessanti è quello dei dati. Che cosa state costruendo?
“Stiamo creando una grande infrastruttura di dati open access. Questo significa, per esempio, digitalizzare e rendere disponibili patrimoni scientifici enormi: oltre 4,2 milioni di campioni vegetali degli erbari italiani, la catalogazione del Dna di più di 10.000 specie, e circa 8.000 molecole bioattive. È un patrimonio che sarà a disposizione della comunità scientifica e potrà generare nuova ricerca, ma anche applicazioni concrete”.
E qui arriviamo al punto chiave: la biodiversità può diventare economia?
“È esattamente la sfida. La biodiversità non può essere solo tutela, per quanto fondamentale. Deve diventare anche un’opportunità economica. Abbiamo finanziato, con i cosiddetti bandi a cascata, progetti per oltre 45 milioni di euro, coinvolgendo parchi, riserve naturali e soprattutto piccole e medie imprese. Da un lato abbiamo tecnologie per il monitoraggio e la conservazione, dall’altro applicazioni industriali: penso al farmaceutico, dove alcune molecole naturali possono avere applicazioni contro Alzheimer, Parkinson o tumori. L’obiettivo è rendere questi risultati scalabili, cioè portabili sul mercato”.
Questo implica anche un cambio culturale nel mondo accademico?
“Assolutamente sì. Per questo abbiamo investito molto sulla formazione. Abbiamo attivato un dottorato nazionale con oltre 200 dottorandi, master di secondo livello, scuole stagionali in tutta Italia e programmi di upskilling. In un progetto, ad esempio, abbiamo formato giovani su business plan e startup: dieci di loro hanno ottenuto finanziamenti per avviare imprese. Stiamo costruendo competenze che prima semplicemente non esistevano”.
State anche lavorando direttamente sul fronte startup e innovazione. In che modo?
“Stiamo sviluppando un modello nuovo: non limitarci a comprare servizi dal mercato, ma entrare direttamente nei processi di innovazione. Abbiamo avviato un percorso per selezionare un incubatore e partecipare anche al capitale, creando un’integrazione reale tra ricerca e impresa. È un passaggio complesso, anche per i vincoli amministrativi, ma è lì che si gioca la partita: portare la ricerca fuori dai laboratori”.
Arriviamo alla domanda cruciale: cosa succede dopo il Pnrr?
“La vera sfida inizia adesso. Finché c’erano le risorse del Pnrr, il problema era raggiungere gli obiettivi. Da qui in avanti, il tema è la sostenibilità. Il centro dovrà essere capace di attrarre risorse, dialogare con il mercato e con le istituzioni, e soprattutto offrire valore alla comunità scientifica. Se non riusciamo a essere utili agli scienziati, il centro perde di senso”.
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