giovedì 21 Maggio 2026
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Al prossimo referendum si vota per Tajani o La Russa come Presidente della Repubblica

L'editoriale del Direttore Rocco Casalino

Da Rocco Casalino
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Al prossimo referendum, di fatto, si vota per Tajani o La Russa come prossimo Presidente della Repubblica.

Questo referendum non riguarda davvero la separazione delle carriere. Quella, nei fatti, esiste già: il passaggio da una funzione all’altra nella magistratura è rarissimo. Non è lì che si gioca la partita.

Il vero nodo è un’altra scelta, molto più politica e concreta: se aumentare o meno il potere del centrodestra nel nostro Paese.

Se dovesse vincere il sì, il risultato sarebbe chiaro: una legittimazione politica enorme per il governo e per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Un rafforzamento che inciderebbe direttamente sulle prossime elezioni politiche e sulla successiva elezione del Presidente della Repubblica. Le quotazioni dei bookmaker inglesi sul prossimo capo di Stato, se dovesse vincere il sì, schizzerebbero immediatamente a favore di Tajani o La Russa. È un fatto politicamente lapalissiano: aumenterebbe in modo significativo la probabilità che, dopo Sergio Mattarella, il Quirinale finisca nell’orbita del centrodestra. Nomi come Antonio Tajani o Ignazio La Russa smetterebbero di sembrare ipotesi remote.

Vale la pena fermarsi e renderci conto del reale pericolo che corre il nostro Paese.

Abbiamo visto le uscite pubbliche estremamente imbarazzanti di Tajani dopo l’attacco degli Stati Uniti all’Iran, che hanno messo in luce i limiti del suo ruolo di ministro degli Esteri. E che dire dell’attuale presidente del Senato, La Russa, che ha lanciato un appello a Carlo Conti, direttore artistico di Sanremo 2026, affinché riporti il comico Andrea Pucci sul palco dell’Ariston? Immaginiamo per un momento cosa significherebbe trasferire quel tipo di postura istituzionale nel ruolo più alto e delicato della Repubblica.

Il punto non è demonizzare persone, ma capire la direzione politica che si imprimerebbe al Paese.

E non c’è solo il rischio di trovarci rappresentati nel mondo da un Antonio Tajani o un Ignazio La Russa. Una vittoria del sì rafforzerebbe il centrodestra al punto da legittimarlo a proseguire su altre riforme costituzionali altrettanto pericolose. A cominciare dal premierato, un modello che in quella forma non esiste in nessun’altra democrazia occidentale e che darebbe di fatto pieni poteri al premier, alterando gli equilibri su cui si regge la nostra Costituzione.

Il nodo è l’equilibrio dei poteri nel nostro sistema democratico. E, soprattutto, il tipo di Paese che vogliamo diventare.

Perché, piaccia o no, in questo voto si decide se l’Italia vuole avvicinarsi a un modello di democrazia sempre più sbilanciato sul potere dell’esecutivo — quello che molti in Europa associano all’esperienza di Viktor Orbán — oppure se vuole restare dentro l’equilibrio costituzionale che ha garantito stabilità e libertà negli ultimi settant’anni.

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