venerdì 14 Agosto 2026

Alzheimer, neurologo Tessitore: “Serve diagnosi precoce per terapie mirate”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – “Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento significativo nello scenario terapeutico della malattia di . Dopo decenni di trattamenti sintomatici, stanno emergendo terapie che intervengono direttamente sul meccanismo biologico della malattia, in particolare sugli aggregati di beta-amiloide. Per questo motivo è fondamentale arrivare a una diagnosi precoce e supportata da evidenze biologiche, così da poter targettizzare in modo appropriato queste terapie innovative”. Così Alessandro Tessitore, di Neurologia, università della Campania L. Vanvitelli, , spiega come, da un punto di vista “terapeutico, siamo indubbiamente in una fase trasformativa, caratterizzata dalla ricerca e dallo sviluppo di anticorpi in grado di targettizzare il biologico della malattia. Tuttavia – osserva – restano aperte alcune criticità che sono tuttora all’attenzione delle autorità regolatorie e della comunità scientifica, e che rappresentano una parte rilevante della sfida attuale nella gestione della malattia di Alzheimer”.  

Le principali criticità di questa terapeutica riguardano “la selezione appropriata dei e l’identificazione della malattia nelle fasi più precoci, nelle quali questi farmaci hanno dimostrato una capacità di migliorare il disturbo di memoria e la disabilità – chiarisce Tessitore – Non si tratta tanto di stabilire se e questi farmaci funzionino o meno in senso assoluto, quanto di attribuire il giusto valore ai risultati e individuare correttamente i pazienti che possono beneficiare del trattamento”.  

La malattia Alzheimer è una patologia “neurodegenerativa che sostanzialmente dà segno clinico con la cosiddetta perdita della memoria episodica – illustra l’esperto – Molto spesso non solo il paziente, ma soprattutto i familiari, riportano all’attenzione dello specialista l’ da parte del paziente di ricordare episodi nel breve termine e la tendenza a essere particolarmente ripetitivi, con le stesse domande e le stesse affermazioni, nell’arco di poco . Il paziente presenta quindi una difficoltà nell’incamerare la traccia mnestica e a richiamarla rapidamente, soprattutto per quanto riguarda gli episodi della vita quotidiana”. 

 

La diagnosi è un percorso che “si raggiunge attraverso un inquadramento corretto, che prevede sicuramente la valutazione cognitiva neuropsicologica del paziente, necessaria per documentare oggettivamente la presenza del decadimento cognitivo, stadiare la malattia e intercettarla, se possibile, nelle fasi più precoci – evidenzia tessitore – Questo percorso non può prescindere anche da una importante valutazione neuroradiologica e di imaging, che supportano la presenza dell’interessamento di specifiche aree cerebrali”. In questo ambito, “un contributo molto rilevante è dato dai biomarcatori fluidi, cioè rilevabili nel liquido cerebrospinale e, più recentemente, anche nel plasma, che consentono di confermare la presenza del processo neurodegenerativo guidato dalla proteina amiloide e dalla proteina tau. In particolare, l’accumulo di beta-amiloide rappresenta uno degli elementi del processo patologico. Queste innovazioni rappresentano una novità importante per chi accede ai centri di diagnosi e cura della malattia”.  

L’attenzione della comunità scientifica e clinica è oggi rivolta alla realizzazione di una “diagnosi biologica – precisa l’esperto – Questa deve confermare la presenza del processo amiloidosico, associato all’inizio del processo neurodegenerativo e all’ dei livelli della proteina tau, ma anche riconoscere elementi fondamentali che possono modificare il decorso della malattia. Tra questi – conclude – la presenza di comorbidità come alterazioni vascolari o la compresenza di altri processi neurodegenerativi, ad esempio la malattia di Parkinson, che possono influenzare in modo sinergico l’evoluzione clinica della patologia”. 

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