Ad oltre dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’assassinio di Giulio Regeni, l’inchiesta della Procura di Roma mette a nudo un decennio di deliberato ostacolo all’accertamento della verità da parte degli apparati statali egiziani. Fin dai primi mesi del 2016, l’attività investigativa congiunta condotta al Cairo da Ros e Sco venne ridotta a una semplice presenza di osservatori senza effettivi poteri di intervento. L’esperienza fu interrotta il 23 marzo 2016 e, soltanto il giorno seguente, la National Security egiziana mise in scena il primo clamoroso depistaggio: l’uccisione di cinque presunti membri di una banda di rapinatori, accusati d’ufficio del delitto. Una ricostruzione immediatamente smentita dalle verifiche italiane, che individuarono il cellulare del presunto capobanda ad oltre cento chilometri dal luogo dei fatti nella sera della scomparsa del ricercatore friulano.
L’invischiamento giudiziario e le tessere mancanti
Il quadro tracciato dagli inquirenti capitolini dimostra come l’atteggiamento delle autorità egiziane sia progressivamente passato da una collaborazione meramente formale a una dura contrapposizione politica e giudiziaria. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati nel 2018 di cinque esponenti dei servizi segreti locali, la Procura generale del Cairo ha inviato memorandum volti a rigettare in toto le evidenze raccolte in Italia. Particolarmente emblematico appare il bilancio delle rogatorie internazionali: mentre la Procura di Roma ha evaso tutte e undici le richieste pervenute dall’Egitto, il Cairo ha lasciato inevase ben 39 istanze su 64 presentate dalla magistratura italiana.
I documenti e le prove mai consegnate a Roma
I vuoti investigativi lasciati dalle autorità egiziane non rappresentano semplici ritardi burocratici, ma mancate risposte selettive dirette a proteggere i livelli superiori della catena di comando. Tra gli atti fondamentali mai inviati a Roma figurano i tabulati del traffico delle celle telefoniche, le tracce biologiche e i profili DNA rilevati sugli abiti di Regeni, la documentazione relativa alle attività di sorveglianza svolte dalla National Security sul giovane ricercatore e i registri di servizio del personale coinvolto. Omissioni che, secondo gli inquirenti, hanno impedito finora di ampliare il perimetro delle responsabilità individuali all’interno dei servizi segreti di regime.





