(Adnkronos) – “Anche la Biennale Arte 2026 passerà alla storia come la Biennale del 1968 e la Biennale del Dissenso del 1977 di Carlo Ripa di Meana”. Con questo riferimento alla storia più politica della Biennale di Venezia, Alberto Barbera, direttore della Mostra del Cinema di Venezia, ha aperto l’evento della Biennale della Parola, voluta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, dedicata al tema “Il dissenso e la pace”, andata in scena nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian sul Canal Grande, sede della Fondazione.
Un incontro corale che ha riunito i direttori artistici dei diversi settori della Biennale in una riflessione collettiva sul rapporto tra arte, guerra, responsabilità e convivenza. Accanto a Barbera, protagonisti sono stati Caterina Barbieri per la Musica, Willem Dafoe per il Teatro, Wayne McGregor per la Danza e gli architetti Wang Shu e Lu Wenyu, chiamati a dirigere la Biennale Architettura 2027.
Barbera ha affidato il suo intervento alla forza del cinema, introducendo due celebri sequenze pacifiste: il monologo finale de “Il grande dittatore” e la scena conclusiva di “Orizzonti di gloria”. “La storia del cinema è costellata di film pacifisti sin dalle sue origini”, ha ricordato, spiegando di aver scelto due opere che rappresentano “le più alte espressioni di invocazione antimilitarista e di esaltazione dei valori umanitari e di uguaglianza sociale”. Da una parte il celebre discorso di Charlie Chaplin contro la barbarie dei totalitarismi, pronunciato nel 1940 con uno straordinario coraggio civile; dall’altra la scena immaginata da Stanley Kubrick in cui alcuni soldati francesi, inizialmente ostili a una giovane prigioniera tedesca costretta a cantare davanti a loro, finiscono progressivamente per commuoversi insieme a lei. Due momenti lontani nel tempo ma capaci ancora oggi di parlare direttamente al presente.
Tra i momenti più intensi dell’evento anche la performance di Willem Dafoe, che ha recitato in italiano “Povera patria”. La voce dell’attore ha restituito tutta la forza civile e malinconica del testo di Franco Battiato, trasformando la canzone in una riflessione amara sulle crisi e sulle ferite del nostro tempo.
Dal fronte dell’architettura è arrivato invece il contributo video degli architetti cinesi Wang Shu e Lu Wenyu. “In questo mondo folle, se qualcuno ci chiedesse qual è l’architettura più bella, la nostra risposta sarebbe il giardino”, hanno detto, indicando nel giardino cinese il simbolo di una convivenza possibile tra differenze. “Costruire un giardino significa costruire un mondo in cui coesistono elementi diversi, ma la realizzazione di tali giardini richiede la pace”. Da qui una riflessione che ha spostato l’attenzione dagli edifici all’essere umano: “La pace è più importante degli edifici e l’umanità è più importante degli edifici”.
Molto applaudito anche l’intervento di Wayne McGregor, che ha letto un testo inedito sul corpo come primo territorio dell’esperienza umana. “Quando parliamo di territorio ne parliamo come di linee su una mappa, ma il primo territorio che abitiamo è il corpo”, ha detto il coreografo britannico, descrivendo il presente come una “crisi autoimmune culturale”. Nella sua riflessione la pace non coincide con l’assenza di conflitto, ma con “il coraggio di affrontare l’ingiustizia senza negarne le vittime”. E la danza diventa così metafora politica: due corpi che imparano a muoversi insieme senza annullarsi reciprocamente.
A chiudere l’evento è stata Caterina Barbieri con un brano inedito composto a Venezia nei giorni precedenti alla sua prima Biennale Musica. La compositrice ha raccontato di aver scritto quella musica mentre seguiva con dolore la tragedia del popolo palestinese dal suo appartamento nel sestiere di Castello. “Ero molto triste, ma c’era un tramonto bellissimo e mi sono messa a suonare”, ha spiegato.
Per Barbieri la musica rappresenta uno spazio di guarigione e di apertura verso l’altro: “Faccio musica per dare dignità e risonanza al silenzio”. E ancora: “Quando ascoltiamo musica entriamo in risonanza con corpi differenti, ci apriamo verso l’ignoto. In questo tempo di violenza, alienazione e deumanizzazione la musica può aiutarci a trovare nuovi strumenti per coltivare l’empatia”.
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