domenica 27 Settembre 2026

“Chi si ribella muore”: il business miliardario dei nuovi schiavi dell’agricoltura

Il caporalato pakistano e indiano si sta radicando in Calabria. Tra i beneficiari anche la 'ndrangheta

Di Redazione
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Venerdì 19 maggio un bracciante straniero stava andando al lavoro in bicicletta. Quattro ragazzi a bordo di uno scooter, alle 5.45, lo hanno bloccato. È iniziata così l’aggressione a colpi di bastone. Ma il caso non è isolato: almeno quattro persone, provenienti dal Bangladesh, hanno subito la stessa violenza sulla loro pelle. “Nella stessa giornata abbiamo fornito supporto ad alcuni migranti aggrediti mentre si recavano al lavoro”, ha spiegato Albert Kabonko, impegnato nell’assistenza dei lavoratori trattati come schiavi. Come riporta Repubblica, la dinamica sta diventando sistemica.

Il fenomeno in

La strage dei braccianti ad Amendolara, in Calabria, pone l’attenzione su un tema ancora caldo: il . Lungo la strada tra Scanzano Jonico e Corigliano, ad esempio, lo scorso 4 ottobre sono dieci lavoratori , ammassati all’ di una Renault Scénic da sette posti. Tra le vittime, Kumar Manoj, Singh Surjit, Singh Harwinder e Singh Jaskaran.

Percorrevano ogni giorno 170 chilometri, per occuparsi dei campi di uva, fragole e ortaggi tra Calabria, Basilicata e Puglia. La tragedia aveva seguito un’inchiesta complessa, che aveva portato alla medesima conclusione: sfruttamento di manodopera e lavoratori trattati come schiavi. Ecco perché la strage di Amendolara, in realtà, non rappresenta un’eccezione, ma una dinamica sistemica.

I dossier sul caporalato pakistano e indiano, che si è ormai radicato nei territori, sono già al vaglio delle Procure locali. È una rete che è molto più difficile da ricostruire al caso dei lavoratori di origine africana che vivevano nei ghetti di Rosarno. In questo caso si tratta di persone sparse a macchia di leopardo e stipate in appartamenti sovraffollati, impegnati in turni di 12 ore a 40 al giorno, di cui gran parte rimane nelle tasche dei caporali per il pagamento dei trasporti e dell’alloggio.

Il progetto Su.Pr.Eme, un piano finanziato dall’Unione Europea e dal , nasce proprio per combattere queste forme di abuso. “Dobbiamo avere coraggio di ammettere che la legge 199, quella sul caporalato che abbiamo tanto voluto, è monca”, ha affermato la sindacalista della – operante in Calabria – Caterina Vaiti, “norme come il decreto flusso finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti e senza tutele”.

E tra i beneficiari c’è anche la ‘ndrangheta. Osserva il fenomeno, lo sfrutta e lascia la gestione ai caporali pakistani e indiani. I campi diventano così uno strumento della , per produrre frutta e soprattutto soldi.

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