I nodi della mala-gestione finanziaria vengono al pettine e per Daniela Santanchè la morsa giudiziaria si fa sempre più soffocante. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per la senatrice di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo, accusata insieme ad altre 14 persone — tra cui il figlio Lorenzo, l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro e la sorella Fiorella Garnero — di reati pesantissimi: bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i crac delle società Ki Group, Bioera e Umbria srl.
Per la parlamentare della maggioranza si prefigura così il rischio del terzo dibattimento milanese, dopo il processo già avviato per il presunto falso in bilancio su Visibilia e l’udienza preliminare congelata sulla truffa ai danni dell’Inps per la cassa integrazione Covid. Un quadretto desolante che smentisce la narrazione dell’esecutivo sulla rigida disciplina e sull’onorabilità dei suoi esponenti.
Dividendi d’oro mentre le aziende affondavano e la truffa sui fondi Covid
Le indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza e coordinate dai pm Luigi Luzi, Guido Schininà e dall’aggiunto Roberto Pellicano, hanno portato alla luce un vero e proprio sistema. Secondo l’accusa, mentre Ki Group Holding versava in uno stato di profondo dissesto, gli amministratori continuavano a spartirsi “utili non effettivamente conseguiti” per oltre 4,1 milioni di euro. A questo si aggiungono false plusvalenze per circa 12 milioni e finanziamenti bancari drenati verso finalità del tutto estranee all’attività d’impresa.
Ancora più pesante il capitolo sul crac Bioera (società guidata da Santanchè fino al 2022): pur in presenza di una perdita del capitale sociale risalente al 2019 e sistematicamente occultata nei bilanci, la senatrice e gli altri indagati avrebbero continuato ad autoliquidarsi compensi “del tutto sproporzionati” per oltre 2,1 milioni di euro. Non manca poi l’ombra della speculazione sulle risorse pubbliche erogate durante la pandemia: la Procura contesta una truffa da 3,3 milioni di euro ai danni di Invitalia, ottenuti indotta in errore ed erogati tramite prestiti e crediti d’imposta senza che ve ne fossero i presupposti.
Conte attacca: “Inchiesta precisa, la Meloni la difendeva”
La nuova richiesta di rinvio a giudizio ha scatenato l’immediata reazione delle opposizioni. Il leader del M5S Giuseppe Conte ha attaccato frontalmente la gestione politica del caso da parte di Palazzo Chigi: «Nulla di nuovo, sono accuse precise e circostanziate che erano già emerse. Questo governo ha tenuto per tre anni un ministro al suo posto e l’ha mandato a casa non di fronte a un fatto nuovo, ma semplicemente perché Giorgia Meloni si è innervosita dopo il referendum sulla giustizia».
Mentre la difesa della parlamentare continua a dichiarare che l’operato della senatrice sia stato improntato alla correttezza, la palla passa ora al giudice dell’udienza preliminare. Ma il dato politico e penale resta schiacciante: per l’ennesima volta, l’etica pubblica delle istituzioni finisce sotto i piedi.





