venerdì 23 Ottobre 2026
Santanchè

“Bancarotta e truffa allo Stato”: la Procura chiede il processo per Daniela Santanchè

La Procura di Milano chiede il processo per la senatrice di Fratelli d'Italia ed ex ministra del Turismo sui crac dei gruppi Ki Group e Bioera. Nel mirino dei pm anche i 3,3 milioni sottratti a Invitalia durante il Covid e maxi-compensi sproporzionati. Per la senatrice si tratta del terzo guaio giudiziario.

Di Redazione
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I nodi della mala-gestione finanziaria vengono al pettine e per la morsa giudiziaria si fa sempre più soffocante. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha firmato la richiesta di per la senatrice di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo, accusata insieme ad altre 14 persone — tra cui il figlio Lorenzo, l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro e la sorella Fiorella Garnero — di pesantissimi: bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i crac delle società Ki Group, Bioera e Umbria srl.

Per la parlamentare della maggioranza si prefigura così il rischio del terzo dibattimento milanese, dopo il processo già avviato per il presunto falso in bilancio su Visibilia e l’udienza preliminare congelata sulla truffa ai danni dell’Inps per la cassa integrazione Covid. Un quadretto desolante che smentisce la narrazione dell’esecutivo sulla rigida disciplina e sull’onorabilità dei suoi esponenti.

Dividendi d’oro mentre le aziende affondavano e la truffa sui fondi Covid

Le indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza e coordinate dai Luigi Luzi, Guido Schininà e dall’aggiunto Roberto Pellicano, hanno portato alla un vero e proprio sistema. Secondo l’, mentre Ki Group Holding versava in uno stato di profondo , gli amministratori continuavano a spartirsi “utili non effettivamente conseguiti” per 4,1 milioni di euro. A questo si aggiungono false plusvalenze per circa 12 milioni e bancari drenati verso finalità del tutto estranee all’attività d’impresa.

Ancora più pesante il capitolo sul crac Bioera (società guidata da Santanchè fino al 2022): pur in presenza di una perdita del capitale sociale risalente al 2019 e sistematicamente occultata nei bilanci, la senatrice e gli altri indagati avrebbero continuato ad autoliquidarsi compensi “del tutto sproporzionati” per oltre 2,1 milioni di euro. Non manca poi l’ombra della speculazione sulle risorse pubbliche erogate durante la pandemia: la Procura contesta una truffa da 3,3 milioni di euro ai danni di Invitalia, ottenuti indotta in errore ed erogati tramite prestiti e crediti d’imposta senza che ve ne fossero i presupposti.

Conte attacca: “Inchiesta precisa, la Meloni la difendeva”

La nuova richiesta di rinvio a giudizio ha scatenato l’immediata reazione delle opposizioni. Il leader del Giuseppe Conte ha attaccato frontalmente la gestione politica del caso da parte di Palazzo Chigi: «Nulla di nuovo, sono accuse precise e circostanziate che erano già emerse. Questo governo ha tenuto per tre anni un ministro al suo posto e l’ha mandato a casa non di fronte a un fatto nuovo, ma semplicemente perché Giorgia Meloni si è innervosita dopo il referendum sulla giustizia».

Mentre la difesa della parlamentare continua a dichiarare che l’operato della senatrice sia stato improntato alla correttezza, la palla passa ora al giudice dell’udienza preliminare. Ma il dato politico e penale resta schiacciante: per l’ennesima volta, l’etica pubblica delle istituzioni finisce sotto i piedi.

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