martedì 6 Ottobre 2026
Il medico Li Wenliang, tra i primi a lanciare l'allarme sulla Sars-like a Wuhan. Fonte: Wikipedia

Censurare il virus: la ricetta di Pechino che fa scuola nei regimi autoritari

Dalle inchieste silenziate alla repressione dei citizen reporter: come Pechino ha soffocato le notizie sull'epidemia a Wuhan per riscrivere la narrazione e rafforzare il potere statale

Di Redazione
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All’inizio del 2020 il cinese si trovò ad affrontare due emergenze parallele: da un lato l’insorgere di una sconosciuta a Wuhan, dall’altro una marea montante di denunce online che rischiava di incrinare la tenuta politica del Paese. A distanza di mesi, il Comunista Cinese era riuscito a disinnescare entrambe le minacce. Se la gestione sanitaria è stata rivendicata a livello globale, il vero capolavoro del regime è stato la costruzione di un apparato di censura e propaganda capace di riscrivere integralmente la storia della crisi, trasformando un disastro sanzionato dal ritardo burocratico in un trionfo del modello autocratico.

Dalla falla informativa all’eliminazione del dissenso su Weibo

Nelle prime settimane dell’epidemia, l’esplosione di sui media cinesi — in particolare su Weibo — colse di sorpresa i censori di Stato. La popolazione chiedeva apertamente se le autorità locali stessero insabbiando l’emergenza. In quella ristretta finestra temporale, testate indipendenti pubblicarono reportage d’inchiesta durissimi. La reazione del potere centrale non tardò a manifestarsi: definita la linea comunicativa, il presidente Xi Jinping scomparve temporaneamente dalla prima scena per scaricare la responsabilità sulle autorità locali di Wuhan, salvo poi riapparire a febbraio nelle vesti di comandante supremo della risposta nazionale.

Il caso simbolo di questa morsa fu quello del dottor Li Wenliang, il reprimendo dalla polizia per aver “disturbato l’ordine ” diffondendo notizie sul virus. La sua morte per Covid, il 7 febbraio 2020, scatenò una protesta di massa sui social che trasformò la sua pagina in un “muro del pianto” digitale, ciclicamente ripulito dai censori mentre gli utenti cercavano di aggirare i filtri con emoji, codice Morse e caratteri arcaici.

La dei reporter e il ribaltamento della narrazione

Ancora più spietata fu la risposta contro i giornalisti indipendenti e i citizen reporter che cercarono di documentare la realtà degli ospedali di Wuhan. Figure come Chen Qiushi, Fang Bin e la giornalista Zhang Zhan riuscirono a inviare all’esterno filmati d’inchiesta che smontavano la propaganda di regime. La risposta delle autorità fu immediata: arresti, condanne al carcere e sparizioni forzate, come quella di Li Zehua, inseguito e fermato dalla polizia dopo aver pubblicato testimonianze dal campo.

Nel corso dei mesi successivi, la censura si estese alla protesta degli studenti chiusi nei campus e al giovanile, mentre la macchina mediatica di Stato inondava libri, e giornali con una narrazione trionfale. A fine anno il messaggio di Pechino era compiuto: la Cina si proponeva al mondo come un modello di efficienza coesa, contrapposto al caos delle democrazie occidentali, spingendosi persino a mettere in dubbio l’origine cinese del virus per accreditare teorie complottiste sulla sua genesi in Occidente.

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