Con il calendario che corre veloce verso la scadenza del 13 ottobre — data in cui il Consiglio dei Ministri dovrà approvare il Documento programmatico di bilancio — il governo Meloni si trova ad affrontare il problema di sempre: le tante promesse elettorali da mantenere e le casse dello Stato tragicamente vuote. Senza più margini per fare nuovo debito pubblico e con una spesa corrente appesantita dall’inflazione, l’esecutivo sceglie la via più comoda ed usata in emergenza, tornando a battere cassa al settore finanziario e assicurativo.
Il piano del Ministero dell’Economia punta a rastrellare tra i 2 e i 3 miliardi di euro tramite ritocchi alle imposte o anticipi sui crediti fiscali. Una mossa disperata per trovare le coperture necessarie a finanziare le richieste minime dei ministeri, a partire dai 5,5 miliardi sollecitati dalla Sanità per evitare il collasso delle liste d’attesa e dalle istanze dei Comuni travolti dal rincaro dei costi.
Il no dell’ABI e il caos nella maggioranza
Ma l’operazione “banche bancomat dello Stato” si scontra immediatamente con la netta opposizione degli istituti di credito. Il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, ha risposto per le rime alle indiscrezioni ricordando che il settore ha già sottoscritto lo scorso anno un accordo triennale da ben 10,5 miliardi di euro. Dunque, l’idea di considerare i bilanci bancari come una risorsa illimitata a cui attingere a ogni emergenza di governo viene respinta al mittente senza mezzi termini.
A complicare il quadro c’è la profonda spaccatura interna alla stessa maggioranza di centrodestra. Mentre Matteo Salvini alza il tiro chiedendo una stangata ancora più pesante da «almeno 5 miliardi di euro», Forza Italia e il ministro Antonio Tajani frenano bruschi, ribadendo la propria contrarietà a qualsiasi nuova tassa. Senza un’intesa interna e con il muro alzato dall’ABI, il governo rischia di presentarsi alla scadenza decisiva della finanziaria con un enorme buco nei conti e pochissimo tempo per coprirlo.





