venerdì 15 Maggio 2026

Dalla crisi energetica alle caotiche relazioni diplomatiche: così Trump ha favorito l’ascesa della Cina

Un rapporto dell'intelligence Usa, pubblicato sul Washington Post, mostra l'espansione di Xi Jinping. A discapito degli Stati Uniti guidati dal tycoon

Da Maria Vittoria Ciocci
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L’amministrazione americana alla guida di Donald Trump non è compatta. E la prova risiede nelle sistematiche smentite che giungono dai vertici del Presidente, ogniqualvolta quest’ultimo concede dichiarazioni pubbliche. Torniamo a Pechino, dove il tycoon ha incontrato l’amico-nemico Xi Jinping. Non si è risparmiato, come accade di consueto, nelle esternazioni: “Avremo un futuro fantastico insieme”. E ancora: “Il più grande summit di sempre”. I due leader si vedono d’accordo, insomma, su diversi temi, tra cui la necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere un punto definitivo al conflitto nel Golfo.

La realtà, però, è ben diversa. E ancora una volta è l’intelligence Usa a ricordarlo. Secondo un’analisi sviluppata dall’ufficio degli Stati Maggiori Riuniti per il capo delle Forze armate statunitensi Dan Caine, la strategia americana avrebbe finito per favorire indirettamente la crescita dell’influenza cinese a livello globale. Il rapporto, diffuso dal Washington Post, evidenzia l’intenzione latente della Cina di consolidare la sua posizione internazionale, sfruttando un momento storico nel quale – forse per la prima volta – gli Stati Uniti stanno subendo un forte e progressivo logoramento della leadership.

Il rapporto

Lo studio si basa sul modello DIME. Dunque sui seguenti parametri: diplomatico, informativo, militare ed economico. L’intelligence misura così la proiezione di potenza di uno Stato. Pechino, a questo proposito, risulta in espansione. Partendo dal punto di vista diplomatico, la Cina ormai è percepita come un interlocutore più affidabile e prevedibile della superpotenza americana. In un contesto internazionale dove le tensioni sembrano nutrirsi di vecchi dissapori, Xi Jinping si è invece espresso a favore del dialogo. Mostrandosi, paradossalmente, in linea coi valori tanto decantati dall’Occidente.

Gioca un ruolo fondamentale, poi, la strategia di comunicazione adottata dai due leader. Donald Trump, oltre a essere impulsivo e imprevedibile, minaccia i suoi stessi alleati sul piano della sicurezza nazionale. Gli Stati, quindi, mantengono i rapporti diplomatici per convenienza e nel rispetto dell’ideologia occidentale, ma senza più considerare gli Stati Uniti un partner funzionale, nella sua totalità, alle proprie esigenze.

Arriviamo dunque al terzo criterio del modello DIME. Washington, dal punto di vista militare, non ha raggiunto gli obiettivi prefissati. Oltre a scatenare una crisi energetica globale, prima conseguenza del conflitto nel Golfo, ha messo in ginocchio le sue riserve strategiche, impegnandosi su più fronti di guerra. Al contrario, la Cina ha incrementato progressivamente le sue capacità difensive, sostenendo – indirettamente – Teheran e impegnandosi silenziosamente nella cooperazione militare con i partner che un tempo si affidavano agli Stati Uniti.

E giungiamo così all’ultimo nodo, forse il più importante: il versante economico. Pechino si è mostrato più resiliente nel fronteggiare la crisi iraniana. Ha sfruttato l’instabilità internazionale per rafforzare i propri rapporti commerciali e mostrarsi come un partner affidabile e vantaggioso. E così, mentre la credibilità degli Stati Uniti – o meglio: di Donald Trump – è colata a picco, quella di Xi Jinping è notevolmente cresciuta.

Leggi anche: Perché Taiwan è così importante sia per la Cina che per gli Usa?

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