lunedì 28 Settembre 2026

Guerra Iran, Giansanti: “Morte Larijani perdita per chi cerca dialogo”

Di La Sintesi Online
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(Adnkronos) – La morte di Ali , se confermata, di certo rappresenta “una grossa perdita per chi cerca un’interlocuzione con Teheran”, e da questo punto di vista non fa che sottolineare come gli interessi israeliani e americani in questa guerra non sempre coincidano. Così l’ ambasciatore a Teheran, Luca Giansanti, commenta con l’Adnkronos l’uccisione del capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, considerato il volto pragmatico del regime. 

In attesa che arrivi la conferma da parte iraniana della sua morte, che “immagino arriverà”, non si può negare che l’eliminazione di Larijani “sia un brutto colpo per il sistema”, sostiene Giansanti, sottolineando come l’ex presidente del Parlamento di Teheran fosse “uno degli ultimi rimasti in grado di tenere insieme i vari pezzi: grazie alla sua lunga esperienza nelle istituzioni riusciva ad unire il mondo diplomatico, e di sicurezza, riusciva a parlare con tutti”. 

L’eliminazione di Larijani “è una perdita per chiunque cerchi un’interlocuzione con Teheran”, ragiona Giansanti, convinto che la sua morte dimostri ancora una volta come in questa guerra gli interessi israeliani e quelli americani “non sempre coincidano”. 

 

Ciò premesso, e sottolineata ancora una volta “la profondità di conoscenze” che aveva il capo del Consiglio supremo di sicurezza – impegnato nelle ultime settimane “a fiancheggiare l’attività diplomatica” nei negoziati con Washington sul nucleare – l’ex ambasciatore tiene a sottolineare che “il sistema iraniano non si regge sulle singole persone e si adatta rapidamente”. C’è il rischio che il suo posto venga preso da personaggi più e oltranzisti? “E’ ormai dal 2018, da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare, che si sono susseguite azioni e militari che hanno rafforzato l’ala più dura e incardinata nel sistema di sicurezza e di difesa del regime”, commenta Giansanti. 

L’ex ambasciatore parla quindi della posizione assunta dall’Europa dinanzi alle richieste di Donald per una missione di scorta navale nello Stretto di Hormuz, cui ha opposto un rifiuto. “Si tratta di una posizione assennata, equilibrata e saggia e speriamo continui a restare tale”, riconosce, ammettendo tuttavia che “l’esperienza recente” dell’atteggiamento nei confronti del presidente americano “non mi lasci molto ottimista”. “Quel che è certo – chiosa – è che la questione di Hormuz non può essere risolta con una presenza militare navale, quello che serve è una cessazione delle ostilità e un accordo ampio che riporti la stabilità. Senza di quello armatori e compagnie di assicurazione non torneranno”. 

Le condizioni perché Trump rivendichi la vittoria? “E’ davvero complicato dire quali possano essere e anche su questo le posizione di Israele e Stati Uniti divergono. Il presidente americano avrebbe potuto dichiarare la vittoria il primo giorno, quando è stato Ali Khamenei, o il settimo, quando il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva lanciato messaggi più concilianti ai . Non lo ha fatto e ora più le cose vanno avanti più diventa complicato, anche perché la iraniana di escalation sta funzionando: Teheran sta subendo l’inferiorità militare drammatica e dopo 20 giorni di conflitto non fa che accrescersi, ma pur con mezzi militari ridotti riesce a infliggere danni che stanno avendo un impatto pesantissimo sull’“. 

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