(Adnkronos) – Per anni i lavoratori hanno costruito il proprio curriculum e la propria carriera puntando soprattutto su ciò che sanno fare. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, però, le competenze tecniche da sole non bastano più. A fare sempre più la differenza sarà la capacità di affrontare il cambiamento, apprendere rapidamente e mostrarsi ‘curiosi’. Ed è proprio su questo fronte che i lavoratori italiani mostrano ancora margini di miglioramento.
Secondo un’analisi di Hays, leader globale nella selezione e nelle soluzioni per le risorse umane, divulgata in occasione della Milano digital week, oggi più della metà dei professionisti (52%) utilizza già regolarmente strumenti di AI nelle proprie attività, ma tra le soft skill prese in esame la capacità di gestire il cambiamento registra un punteggio appena sufficiente.
Non si tratta di una bocciatura completa, ma di un segnale da non sottovalutare, soprattutto in un momento in cui l’AI sta già incidendo in modo significativo su alcuni ruoli. Il punto, però, non è la progressiva scomparsa delle professioni, quanto la trasformazione delle attività che le compongono. Più l’AI è in grado di supportare compiti tecnici, ripetitivi e standardizzabili, più acquistano valore le capacità che richiedono giudizio, adattabilità, relazione e comprensione del contesto. È in questo equilibrio che competenze tecniche e competenze umane diventano sempre più complementari.
“Il fatto che il 70% dei professionisti e il 68% delle aziende si dichiarino poco o per nulla preoccupati per l’impatto dell’AI sulle future opportunità di lavoro è un segnale importante: il timore non sembra essere quello di una progressiva scomparsa delle professioni, quanto piuttosto la capacità di accompagnarne la trasformazione. Il vero tema, infatti, non è se l’Intelligenza Artificiale cambierà il lavoro, ma quanto saremo capaci di preparare persone e organizzazioni a questo cambiamento. L’adozione della tecnologia deve quindi procedere insieme all’evoluzione delle competenze, dei percorsi formativi e dei modelli organizzativi, creando le condizioni perché le persone possano utilizzare questi strumenti con consapevolezza e continuare a generare valore anche in ruoli e contesti che evolvono”, commenta Alessio Campi, people & culture director di Hays Italia.
Cosa è necessario per colmare il gap di competenze? Diventano sempre più centrali percorsi di upskilling, per aggiornare e rafforzare le competenze già possedute, e di reskilling, per acquisirne di nuove e prepararsi a ruoli o attività differenti, insieme a una formazione continua capace di accompagnare l’evoluzione del lavoro. Accanto a questi percorsi, assume un peso crescente anche l’AI literacy: “Non significa trasformare tutti in sviluppatori o data scientist, ma mettere i professionisti nelle condizioni di comprendere cosa può fare l’Intelligenza Artificiale, come utilizzarla, quali limiti presenta e quando il giudizio umano resta indispensabile. La sfida sarà quindi integrare competenze tecniche e capacità umane, utilizzando la tecnologia in modo consapevole ed efficace”, prosegue Campi.
La transizione non potrà essere affidata esclusivamente all’iniziativa individuale. Il rischio è quello di creare un mercato del lavoro a due velocità: da una parte persone e organizzazioni capaci di integrare rapidamente l’AI nei processi e sviluppare le competenze necessarie; dall’altra chi potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel comprendere come sta evolvendo il proprio ruolo e nel prepararsi alle nuove richieste del mercato.
Per questo, il cambiamento richiederà una responsabilità condivisa tra imprese, istituzioni, università e sistema formativo, chiamati a creare le condizioni perché formazione e aggiornamento delle competenze diventino accessibili e continuativi.
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