Il clima d’apparente unità sbandierato all’inizio della Direzione dem al Nazareno si frantuma al momento di votare la relazione della segretaria. L’intera area riformista sceglie di abbandonare le schede e di non partecipare al voto, chiedendo che il proprio dissenso siamesso formalmente a verbale per bocca di Sandra Zampa. Se la stoccata di Elly Schlein contro le ambizioni di Giuseppe Conte e la riconferma del sostegno militare all’Ucraina avevano incassato il plauso indistinto della sala, le nebbie rimaste sul programma della coalizione e sulle modalità con cui gestire le primarie hanno provocato la rottura.
I leader dell’opposizione interna guidati da Lorenzo Guerini escono allo scoperto chiedendo di rinviare la resa dei conti all’Assemblea nazionale del 18 ottobre alla Nuvola: «Abbiamo apprezzato lo scatto di orgoglio della segretaria nei confronti dei Cinque Stelle e il fatto che si sia ribadito con chiarezza il sostegno del Partito Democratico all’Ucraina. Tuttavia sulla costruzione del programma e sulla individuazione del percorso che ci porterà alle primarie ci sono punti che abbiamo posto e devono essere ancora chiariti. Per questo abbiamo deciso di non partecipare al voto».
Guerra di logoramento sul ballottaggio, il no alle consultazioni web e il phantom-Conte
Lo scontro politico si concentra sull’ipotesi lanciata dall’eurodeputato Giorgio Gori: organizzare primarie di coalizione a doppio turno schierando più di un candidato del PD al primo turno per allargare il consenso e impedire a Giuseppe Conte di egemonizzare la leadership dell’alleanza. Una proposta stoppata con un secco e categorico «non se ne parla» dai vertici del partito e definita persino «sciagurata» dal presidente Stefano Bonaccini. Per le esponenti riformiste Simona Malpezzi, Sandra Zampa e Lia Quartapelle, rinunciare al pluralismo interno significa appaltare l’identità del PD a forze esterne ed esporsi a contestazioni, alimentate anche dal rischio di ingerenze nelle consultazioni ove queste venissero svolte sulla rete anziché ai gazebo.
L’altro fronte caldissimo riguarda il programma di governo, con l’ala moderata che intima a Schlein di non arrendersi alle condizioni poste dal Movimento 5 Stelle sui temi esteri e in particolare sulle armi a Kiev. «Nessuno può pensare di dettare condizioni al principale partito dell’alleanza progressista. Smettere di sostenere l’Ucraina condurrebbe il PD a negare i suoi valori», avverte minaccioso Gori, supportato da Quartapelle che bolla la questione ucraina come l’asse fondamentale dell’Europa futura. La spaccatura si consuma così prima ancora dell’awio ufficiale del cantiere delle alleanze: la minoranza reclama un’idea di Paese ben delineata e non intende cedere un millimetro alla linea di Palazzo Chigi o ai diktat del M5S.





