Lo scontro intorno a “NAZA”, il documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, entra in una nuova fase dopo la pubblicazione di una lunga risposta ufficiale dell’Idf, l’esercito israeliano. Il documento, diffuso il primo ottobre, affronta nel dettaglio le principali accuse contenute nel film e contesta la ricostruzione proposta dai suoi autori sul funzionamento delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.
Il documentario, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, raccoglie le testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana e concentra l’attenzione sui sistemi utilizzati per individuare gli obiettivi durante la guerra a Gaza. Abraham e Szor raccontano il processo attraverso le testimonianze di 24 persone, cercando di ricostruire il rapporto tra intelligence, tecnologia, pianificazione degli attacchi e valutazione del possibile coinvolgimento di civili.
L’Idf respinge però la ricostruzione del film e sostiene che “NAZA” presenti un quadro distorto e fuorviante della pianificazione e dell’esecuzione degli attacchi. Secondo l’esercito, il documentario attribuisce alle testimonianze un valore generale che non permetterebbe di descrivere l’intera catena decisionale. La posizione dell’Idf parte quindi da una distinzione precisa tra le attività preliminari dell’intelligence e le successive fasi operative, nelle quali intervengono altri ufficiali, consulenti legali e comandanti.
La contestazione dell’Idf alle testimonianze
Uno dei punti centrali della replica riguarda proprio le persone intervistate da Yuval Abraham e Rachel Szor. L’esercito israeliano sostiene che gli intervistati, anche qualora abbiano effettivamente svolto i ruoli descritti, avrebbero raccontato soprattutto fasi iniziali del processo di acquisizione e analisi delle informazioni. Secondo l’Idf, quelle attività non coincidono automaticamente con la decisione finale relativa a un attacco.
Il documento sostiene inoltre che una prima stima della presenza di civili nei pressi di un possibile obiettivo possa cambiare nel corso della pianificazione. Secondo la ricostruzione dell’esercito, i responsabili possono modificare il tipo di arma, l’orario dell’operazione, la porzione dell’obiettivo da colpire oppure cancellare completamente l’attacco quando nuove informazioni evidenziano un rischio eccessivo per la popolazione civile.
L’Idf contesta anche il metodo utilizzato dai registi per verificare le dichiarazioni. L’esercito sottolinea che il film utilizza testimonianze anonime e che molte delle situazioni descritte non indicano luogo, data, obiettivo specifico o numero verificabile delle vittime. Secondo l’Idf, questa impostazione non consente di controllare autonomamente le singole affermazioni.
Il nodo dell’intelligenza artificiale
Un altro elemento particolarmente importante riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e degli strumenti informatici nel processo di individuazione dei possibili bersagli. “NAZA” dedica ampio spazio alle tecnologie utilizzate dall’apparato militare israeliano e al modo in cui i dati possono contribuire alla ricerca di persone considerate appartenenti a organizzazioni armate.
L’Idf nega però che l’intelligenza artificiale possa decidere autonomamente chi colpire. Nella sua risposta, l’esercito afferma che gli strumenti informatici servono a elaborare e incrociare informazioni già raccolte dagli analisti e che l’individuazione degli obiettivi resta affidata a personale umano autorizzato. Successivamente, secondo la ricostruzione ufficiale, la proposta passa attraverso ulteriori livelli di pianificazione e approvazione prima della decisione operativa.
La replica riguarda anche Lavender, il sistema citato nel documentario. L’Idf sostiene che Lavender non costituisca un elenco automatico di bersagli autorizzati e che la presenza di una persona all’interno del database non equivalga all’autorizzazione a colpirla. Secondo l’esercito, il sistema permette invece di incrociare diverse informazioni per supportare il lavoro degli analisti.
La questione dei 500 civili
Tra le affermazioni più controverse affrontate nella lunga risposta compare quella relativa alla possibilità che un attacco potesse prevedere un numero estremamente elevato di vittime civili. L’Idf respinge in modo categorico la ricostruzione secondo cui avrebbe autorizzato un’operazione prevedendo la morte di 500 civili.
“L’Idf non ha mai pianificato, approvato o condotto a Gaza un attacco nel quale si prevedesse l’uccisione di 500 civili”, sostiene l’esercito nella propria replica. La stessa risposta contesta inoltre l’interpretazione di determinate soglie operative, spiegando che esse riguarderebbero l’autorità necessaria per approvare una determinata operazione e non rappresenterebbero un numero di vittime civili automaticamente considerato accettabile.
L’esercito affronta anche il significato del termine “NAZA”, collegato all’espressione ebraica “Nezek Agavi”, utilizzata per indicare il danno collaterale previsto. Secondo l’Idf, la valutazione del possibile danno alla popolazione civile costituisce una parte necessaria della pianificazione militare e serve proprio a consentire ai comandanti di modificare o annullare un attacco quando il rischio per i civili risulta incompatibile con le regole applicabili.
Il confronto sulle responsabilità civili a Gaza
La risposta dell’esercito israeliano affronta anche il tema più ampio delle vittime civili e delle accuse di violazioni del diritto internazionale. L’Idf afferma che le proprie direttive distinguono tra combattenti e civili e vietano di colpire intenzionalmente la popolazione civile. Aggiunge inoltre che diversi attacchi sarebbero stati modificati, rinviati o cancellati proprio a causa della presenza di civili.
Nel documento l’esercito richiama anche il contesto della guerra iniziata dopo gli attacchi del 7 ottobre e accusa il film di non dedicare sufficiente spazio alla presenza di strutture e combattenti di Hamas all’interno delle aree urbane di Gaza. Secondo l’Idf, questo elemento risulta indispensabile per comprendere le difficoltà operative legate all’identificazione degli obiettivi e alla protezione della popolazione.
La replica affronta infine anche l’utilizzo del termine “genocidio”. L’Idf respinge questa definizione e sostiene che le opinioni espresse nel film da alcuni intervistati non possano dimostrare l’esistenza di un intento genocidario. L’esercito sostiene inoltre che le persone intervistate non avrebbero avuto il ruolo necessario per formulare una valutazione giuridica sulla questione.
Il caso di “NAZA”
Il caso di “NAZA” resta quindi al centro di un confronto particolarmente acceso. Da una parte il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor propone, attraverso testimonianze anonime, una ricostruzione critica dei meccanismi utilizzati nelle operazioni israeliane a Gaza. Dall’altra, l’Idf risponde con un documento articolato nel quale contesta le principali conclusioni del film, mette in discussione l’interpretazione delle testimonianze e descrive una catena decisionale più complessa rispetto a quella rappresentata nel documentario.
La pubblicazione della replica non chiude il confronto su “NAZA”, ma aggiunge un nuovo elemento al dibattito pubblico sulla guerra di Gaza, sull’utilizzo delle tecnologie nell’individuazione degli obiettivi e sulle responsabilità legate alla protezione dei civili. Il film e la risposta dell’esercito presentano infatti due ricostruzioni profondamente differenti dei medesimi processi operativi, lasciando al centro della discussione la verifica delle singole testimonianze, delle procedure militari e delle evidenze disponibili.
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