A quindici anni esatti dalla sentenza d’appello che le spalancò le porte della prigione e pose fine alla sua detenzione in Italia, Amanda Knox torna a far discutere con un nuovo post destinato a riaccendere le polemiche. L’ormai trentanovenne statunitense ha condiviso sul proprio profilo X un selfie che la ritrae sorridente proprio davanti al tribunale di Perugia, il luogo dove si consumarono le tappe centrali del processo per l’omicidio di Meredith Kercher.
Un’immagine dal forte impatto simbolico, accompagnata da un messaggio in cui la donna ripercorre con toni di sfida i giorni del proscioglimento e i suoi successivi viaggi nel nostro Paese.
“A testa alta tra le folle che urlavano vergogna”
“Ho visitato anche il tribunale dove sono stata condannata a 26 anni, dove folle di locali scandivano ‘Vergogna!’ quando sono stata assolta”, ha scritto Knox a corredo della foto, rievocando la tensione e le grida che accolsero la sentenza del 3 ottobre 2011 davanti al palazzo di giustizia umbro.
Nello stesso post, la cittadina di Seattle ha voluto rivendicare la propria condotta negli anni successivi alla definitiva assoluzione pronunciata dalla Cassazione nel 2015: “E ho attraversato Venezia, Milano e Roma a testa alta”, ha sottolineato, rimarcando il suo rifiuto di nascondersi di fronte all’opinione pubblica italiana.
Il ricordo di Don Saulo e il legame con il carcere di Capanne
Tra i diversi scatti e ricordi pubblicati sul social media, figura anche una fotografia che ritrae Amanda Knox insieme a don Saulo Scarabattoli, storico cappellano del carcere di Perugia Capanne durante gli anni della sua permanenza nella struttura penitenziaria.
Un pensiero d’affetto rivolto alla figura religiosa che la sostenne durante la carcerazione preventiva: “Il prete che mi ha tenuto per mano in quegli anni quando la mia famiglia non poteva”, ha ricordato Knox. L’uscita social ha immediatamente diviso la rete, tra chi difende la sua libertà di espressione dopo la chiusura delle vicende giudiziarie e chi considera l’ennesimo show sui luoghi del delitto una provocazione fuori luogo e irrispettosa nei confronti della memoria di Meredith Kercher.





