mercoledì 6 Maggio 2026
Donald Trump. EPA_WILL OLIVER POOL

Trump lancia Project Freedom per sbloccare Hormuz: 15mila uomini pronti all’azione

Massiccio dispiegamento di navi militari per scortare gli equipaggi isolati: gli USA puntano a ripristinare la libera navigazione sfidando le ostilità di Teheran

Da Alessio Matta
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Non è solo una scorta navale. È un’operazione ampia, con uomini, aerei e una regia militare già attiva. Gli Stati Uniti hanno acceso il motore di “Project Freedom”, il piano voluto da Donald Trump per sbloccare lo Stretto di Hormuz, dove decine di navi restano ferme nel pieno della crisi con l’Iran.

L’annuncio arriva dallo stesso presidente americano, che rivendica una scelta nata su pressione internazionale. “Paesi di tutto il mondo hanno chiesto agli Stati Uniti di aiutarli a liberare le loro navi”, ha scritto, parlando di Stati “spettatori neutrali e innocenti”. Navi commerciali rimaste intrappolate senza avere alcun ruolo nel conflitto, con equipaggi sempre più in difficoltà. Il cuore del progetto è garantire il passaggio in sicurezza lungo una rotta cruciale per il commercio globale. “Guideremo le loro navi in sicurezza fuori da queste vie navigabili”, promette Trump. Ma la realtà operativa racconta qualcosa di più ampio e complesso.

Secondo il Comando centrale americano, Project Freedom mobilita una forza imponente: cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli tra assetti aerei e navali, droni multi-dominio e circa 15 mila militari tra Marines e forze speciali. Una struttura pensata non solo per accompagnare le imbarcazioni, ma per controllare l’area e reagire a eventuali minacce. Non a caso, fonti del Pentagono chiariscono che non si tratta di una semplice missione di scorta. L’operazione ha una dimensione aeronavale completa, con capacità di intervento diretto. In pratica, una copertura militare pronta a trasformarsi in azione se la situazione dovesse peggiorare.

Trump insiste sulla linea umanitaria. “Si tratta di un gesto umanitario per liberare persone, aziende e Paesi che non hanno fatto nulla di male”, spiega. E aggiunge un dettaglio che rende l’urgenza concreta: molte navi “stanno esaurendo le scorte di cibo”, con equipaggi bloccati da giorni in condizioni difficili. Allo stesso tempo, il presidente manda un segnale chiaro a Teheran. “Se questo processo dovesse subire interferenze dovranno essere affrontate con forza”. Una frase che pesa, perché lascia intendere la disponibilità a uno scontro diretto pur di garantire la riuscita dell’operazione.

L’Iran osserva e reagisce con irritazione, in un clima già teso per lo stallo sul nucleare e per il ruolo dei pasdaran. Il risultato è un equilibrio fragile. Da un lato la necessità di riaprire una delle arterie energetiche più importanti del mondo. Dall’altro il rischio che una presenza militare così massiccia trasformi ogni incidente in qualcosa di più grande.

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