venerdì 23 Ottobre 2026
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Women for Freedom, Claudia Conte: «Nessuna donna deve essere lasciata sola»

Il 26 novembre a Roma torna l’iniziativa ideata da Claudia Conte per dare spazio alle testimonianze di donne vittime di violenze, persecuzioni e oppressioni

Di Redazione
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Restituire alle donne la possibilità di raccontare le proprie esperienze, denunciare le ingiustizie e rivendicare il diritto a vivere senza paura. È questo l’obiettivo di Women for Freedom, il progetto ideato e promosso da Claudia Conte, giornalista, scrittrice, conduttrice radiotelevisiva e attivista per i diritti umani, da anni impegnata nella sensibilizzazione contro la violenza di , nella promozione della legalità e nella difesa delle persone più vulnerabili.

Il prossimo 26 novembre, a , l’iniziativa tornerà con un nuovo appuntamento dedicato al confronto tra rappresentanti delle istituzioni, specialisti nella dei diritti umani e attiviste. L’incontro darà particolare rilievo alle internazionali, mettendo in relazione situazioni differenti accomunate dalla negazione della libertà femminile. Dall’Iran all’Afghanistan, passando per Dominicana, il progetto intende richiamare l’attenzione sulle condizioni delle donne che affrontano repressioni, discriminazioni e limitazioni dei propri diritti.

In vista dell’appuntamento, abbiamo intervistato Claudia Conte per approfondire la nascita di Women for Freedom, il significato dell’iniziativa e la necessità di difendere i diritti delle donne senza distinzioni geografiche, culturali o ideologiche.

Claudia Conte, il 26 novembre a Roma torna Women for Freedom, il progetto che ha ideato e promosso per dare voce alle donne vittime di violenza, persecuzioni e oppressioni. Come è nata questa iniziativa e quale necessità l’ha spinta a realizzarla?

Women for Freedom nasce dalla convinzione che la libertà e la di ogni donna debbano essere tutelate senza distinzioni geografiche, culturali o politiche. Ho sentito l’esigenza di creare uno spazio in cui le testimonianze potessero emergere, essere ascoltate e diventare uno strumento di consapevolezza collettiva. Troppo spesso, dietro le storie di violenza e persecuzione, ci sono donne costrette al silenzio, private dei propri diritti e della possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro. Il mio obiettivo è contribuire a rompere questo silenzio e trasformare l’ascolto in responsabilità.

L’incontro si terrà il giorno successivo alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Perché ha scelto di proseguire oltre la ricorrenza simbolica?

Le ricorrenze sono fondamentali per mantenere alta l’attenzione, ma la lotta alla violenza non può esaurirsi in una giornata di celebrazioni o dichiarazioni. Il 26 novembre vuole essere un momento concreto di confronto, in cui le parole si traducano in consapevolezza e impegno. La violenza contro le donne non si manifesta soltanto attraverso gli abusi fisici e psicologici, ma anche attraverso il controllo, le discriminazioni, le privazioni della libertà e le persecuzioni. Dobbiamo imparare a riconoscerne tutte le forme e costruire una cultura che non giustifichi mai la sopraffazione.

Dal regime iraniano all’Afghanistan governato dai talebani, fino alle testimonianze provenienti dalla Repubblica Dominicana, Women for Freedom propone una prospettiva internazionale. Quali elementi accomunano contesti tanto diversi?

Le storie sono diverse, ma al centro ritroviamo una questione universale: il diritto delle donne a vivere libere, a esprimersi, a studiare, a lavorare e a decidere della propria vita. In Iran, le donne che si battono per i propri diritti affrontano repressione e persecuzioni; in Afghanistan, il ritorno dei talebani ha comportato restrizioni gravissime, in particolare all’istruzione e alla delle donne alla vita pubblica. In altri contesti, la violenza assume forme differenti, talvolta meno visibili, ma non per questo meno devastanti. Mettere queste esperienze in dialogo significa comprendere che la libertà femminile non è mai una conquista definitiva e che i diritti umani devono essere difesi ovunque, senza doppi standard.

In Iran molte donne rischiano la vita per rivendicare libertà e diritti fondamentali. Eppure, una parte della politica e del mondo femminista sembra concentrarsi maggiormente su alcune rispetto ad altre, anche in funzione delle convenienze ideologiche. Perché, secondo lei, le donne iraniane non ricevono sempre la stessa attenzione e solidarietà? Esiste il rischio di un femminismo a geometria variabile?

Credo che il principio di uguaglianza debba essere universale, altrimenti perde il suo significato più profondo. È difficile comprendere perché alcune battaglie diventino mobilitazioni di massa, mentre altre, come quella delle donne iraniane che sfidano un regime repressivo per conquistare libertà e autodeterminazione, non ricevano sempre la stessa attenzione. Il rischio è che i diritti delle donne vengano subordinati alle appartenenze politiche o alle convenienze ideologiche.

Ma la libertà non può essere selettiva: non può valere per alcune donne e non per altre. Un femminismo autentico deve saper difendere tutte, soprattutto quelle che pagano il prezzo più alto per rivendicare i propri diritti. Il silenzio di fronte all’oppressione non può dipendere da chi è l’oppressore.

Tra gli ospiti figurano rappresentanti delle istituzioni, esperti di diritti umani, professionisti e attiviste che hanno vissuto direttamente situazioni di oppressione. Quanto conta mettere in relazione le esperienze personali con l’impegno istituzionale?

È fondamentale. Le testimonianze restituiscono un volto e una storia a realtà che rischiano di rimanere numeri o notizie lontane. Le istituzioni, dal canto loro, hanno la responsabilità di tradurre la consapevolezza in politiche, strumenti di tutela e azioni concrete. Quando questi due livelli si incontrano, il dialogo può diventare davvero incisivo.

Ascoltare chi ha vissuto la violenza significa anche riconoscere il coraggio di chi ha scelto di raccontarla, spesso affrontando conseguenze personali e familiari molto difficili. Il nostro compito è garantire che queste voci non restino isolate.

Quale messaggio vorrebbe rivolgere alle donne che vivono situazioni di violenza e oppressione e, soprattutto, alle ?

Vorrei dire a ogni donna che non è sola e che nessuna forma di violenza deve essere considerata inevitabile o accettabile. So che denunciare, chiedere aiuto o immaginare una vita diversa può richiedere un coraggio enorme, soprattutto quando si è intrappolate in contesti familiari, sociali o oppressivi. Per questo dobbiamo costruire reti di sostegno capaci di offrire ascolto e protezione.

Ai giovani vorrei invece trasmettere il valore della libertà, del rispetto e della responsabilità: non basta dichiararsi contro la violenza, bisogna riconoscerla e contrastarla ogni giorno. Con Women for Freedom desidero contribuire a questo percorso, perché nessuna donna debba essere privata della propria voce e nessuna storia di sofferenza venga dimenticata.

La libertà di una donna riguarda tutti.

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