(Adnkronos) –
La Corte d’Appello di Milano – sezione specializzata in materia d’impresa – ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni data la presenza di amianto e le emissioni di polveri sottili superiori a limiti di legge.
Nel provvedimento a firma della giudice Marianna Galioto, in parziale riforma del decreto impugnato, si ordina a Ilva, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’italia holding, tutte in amministrazione straordinaria, “la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni novanta, decorrente dall’ultima comunicazione del provvedimento, per il completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo”.
In particolare, la corte presieduta dalla giudice di Milano Marianna Galioto ordina ad Adi e Adih, nonché a Ilva spa, “di sospendere l’attività esercitata nell’area a caldo” e a tal fine, ritiene “congruo” assegnare il termine di novanta giorni “per il completamento, in condizioni di sicurezza, delle operazioni di sospensione dell’esercizio delle installazioni, sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo”.
Inoltre, rimette all’autonomia di gestori e proprietaria degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività, quando essi avranno “rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti; adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno, e comunque nell’ambito della cornice procedimentale amministrativa prevista dal dlgs numero 152/2006 e dalla Direttiva 2010/75, nei termini precisati dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea”.
La rimozione totale dell’amianto ancora presente negli altoforni dell’ex Ilva di Taranto è “l’unica prescrizione adeguata a scongiurare la dispersione di polveri e fibre”, ossia “l’unica misura idonea” individuata dalla Corte d’Appello di Milano per scongiurare un “pericolo grave e rilevante per la salute umana”. Il provvediemento sostanzialmente conferma il giudizio precedente del Tribunale e dispone di agire a stretto giro ritenendo la questione non più rinviabile.
Gli impianti Ilva e il sistema produttivo sono “rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento”. Se i giudici danno atto che “sono stati già smaltiti 6780 chilogrammi di amianto”, tuttavia “rimane ancora inglobata negli impianti (precisamente nei cowper) la quantità di oltre 2000 chili”.
Inizialmente l’amianto doveva essere rimosso entro il 23 agosto 2026, poi nel 2023 il gestore ha formulato richiesta di rimodulazione del cronoprogramma di smaltimento (prospettando che parte sarebbe rimasto nella sede originaria fino a fine vita degli impianti), ora le proroghe non sono più consentite dando così ragioni ai cittadini che, con un’azione cautelare, si sono attivati per bloccare le attività lesive per la salute.
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