Nel pieno dell’escalation militare nel Golfo Persico, anche l’Italia ha rafforzato la propria presenza nell’area con circa 700 militari dislocati tra Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait. Insieme al personale sono stati inviati sistemi di difesa aerea e mezzi avanzati, tra cui batterie missilistiche Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e un velivolo radar Gulfstream CAEW. L’operazione, denominata Task Force Air Arabia, è attiva dalla seconda metà di marzo. Il contingente comprende circa 400 militari in Arabia Saudita e altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.
La missione nasce con l’obiettivo di contribuire alla difesa delle infrastrutture e degli interessi italiani nella regione, rispondendo anche alle richieste avanzate dagli alleati occidentali e dai Paesi del Golfo, che hanno sollecitato un maggiore sostegno europeo di fronte alla crescente minaccia rappresentata dagli attacchi iraniani. Con il progressivo deterioramento della situazione, il ruolo del contingente italiano è diventato sempre più delicato. L’intensificarsi delle operazioni militari tra Stati Uniti, Iran e gruppi armati sostenuti da Teheran aumenta infatti il rischio che il personale schierato possa ritrovarsi coinvolto, anche indirettamente, negli sviluppi del conflitto.
In questo contesto si inserisce anche il frequente traffico aereo registrato nelle ultime settimane tra le basi italiane utilizzate dagli Stati Uniti e gli scali militari del Golfo. Già all’inizio di marzo i ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani avevano confermato davanti al Parlamento di aver ricevuto richieste di assistenza da parte delle monarchie del Golfo prese di mira dagli attacchi iraniani. Tuttavia non erano stati forniti dettagli sulle misure adottate, né era stato annunciato pubblicamente il dispiegamento di personale militare italiano nell’area.
Nel frattempo il conflitto continua ad allargarsi. Rimane senza responsabili ufficiali l’attacco compiuto mercoledì contro due navi statunitensi ormeggiate nel porto egiziano di Damietta, una delle quali trasportava gas naturale. Teheran ha respinto ogni accusa, sostenendo l’ipotesi di una provocazione orchestrata da Israele, mentre anche gli Houthi hanno negato qualsiasi coinvolgimento. L’Iran, invece, ha rivendicato il lancio di missili contro la base americana di Ali Al Salem, in Kuwait, definendolo una risposta ai bombardamenti condotti dagli Stati Uniti, descritti da fonti statunitensi come significativamente più intensi rispetto alle precedenti operazioni.
Parallelamente, gli Houthi hanno escluso di essere responsabili dell’attacco a un’altra petroliera nello stretto di Bab el-Mandeb, pur ribadendo di considerare quell’area marittima interdetta al traffico. E anche l’Arabia Saudita sembra assumere un ruolo più attivo nella crisi. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, pur mantenendo aperti alcuni canali di dialogo con l’Iran, sta rafforzando il coordinamento con Washington. In quest’ottica Riad ha promosso un vertice con 43 Paesi e una delegazione dell’UE per discutere la creazione di una coalizione internazionale destinata alla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
L’iniziativa saudita si affianca al progetto promosso da diversi Stati europei, tra cui Italia, Regno Unito, Francia e Germania, che prevedeva una missione marittima comune. Tale proposta, tuttavia, non ha trovato applicazione, poiché concepita per operare in un contesto di stabilità ormai venuto meno. Restano infine molti interrogativi sulla strategia degli Stati Uniti. L’alternanza tra offensive mirate e fasi di apparente contenimento non sembra aver prodotto risultati decisivi.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana e israeliana, anche ambienti vicini ai vertici militari statunitensi ritengono che l’interruzione della campagna su larga scala, decisa dopo l’abbattimento di un elicottero, abbia ridotto l’efficacia della pressione esercitata su Teheran. A complicare ulteriormente il quadro emerge anche il problema delle scorte militari statunitensi. Il Pentagono starebbe infatti cercando nuove collaborazioni con aziende tecnologiche della Silicon Valley per accelerare la produzione di sistemi d’arma come i missili Patriot e Tomahawk, il cui impiego intensivo ha rallentato la capacità di rifornimento.
Secondo diverse analisi, la crisi potrebbe protrarsi ancora a lungo. Il piano di Donald Trump sarebbe quello di mantenere una pressione costante sull’Iran attraverso sanzioni economiche e operazioni militari limitate ma continue, nella convinzione che una strategia di logoramento possa indebolire progressivamente il governo di Teheran senza ricorrere a un conflitto su vasta scala.
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