sabato 15 Agosto 2026

In Puglia è boom frisella tra Vip, il medico-nutrizionista: “Da piatto povero e sano a gourmet troppo costoso”

Di La Sintesi Online
Condividi questa notizia nei tuoi canali, non tenerla per te:

(Adnkronos) – Da piatto povero a protagonista delle storie su Instragram. Dal di pochissimi euro sotto l’ombrello a piatto gourmet, ovviamente costoso. E’ la frisella pugliese che spopola sui dei Vip, con qualche personaggio che la bagna con acqua di per acchiappare follower. “Già i Fenici la usavano come pane da viaggio sulle navi, i marinai la infilavano a collana su una corda per portarla nelle battute di pesca di diversi giorni, e persino i Crociati la inzuppavano nell’acqua di mare prima di condirla con un tocco d’olio e una cipolla. La frisella è un cerchio biscottato di grano duro, orzo o integrale che vanta un albero genealogico nobilissimo. Sembrerebbe roba d’altri tempi. Una lavorazione intelligente – un pane cotto, tagliato a metà e biscottato una seconda volta – pensata per durare all’infinito senza temere l’umidità o il tempo. Sul piano nutrizionale, la frisa è la quintessenza della dieta Mediterranea. Pochi grassi (appena 1-2 grammi per etto), un’ottima digeribilità e un apporto calorico che si attesta sulle 300-330 kcal ogni 100 grammi (circa quattro friselle da 25 grammi l’una). Tradotto in termini pratici: è un concentrato di carboidrati puri, il che significa che 100 grammi di friselle equivalgono a un bel piatto di pasta o di riso”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Mauro Minelli, immunologo e professore di Nutrizione clinica all’università Lum Giuseppe Degennaro.  

“La versione classica – bagnata rigorosamente in acqua fredda, strofinata con il pomodoro, un pizzico di sale, origano e un giro d’olio extravergine d’autore – è un capolavoro di semplicità. E se vogliamo – prosegue Minelli – trasformarla in un pasto completo per le nostre giornate al mare, basta aggiungere un po’ di tonno, qualche cappero, olive nere o, a seconda dei gusti, dei filetti di alici. Sazia, rinfresca, non pesa sullo stomaco ed è perfetta per affrontare la calura agostana con beneficio. E però arriva il tempo in cui la frisa diventa, a suo modo, un monile dorato, con buona delle sue origini visto che, per sua intima vocazione genetica, la frisa nasce come il più democratico, povero e anti- della terra. Nei giorni del tempo ordinario comprare il biscotto secco al forno costa poco meno di 30 centesimi al pezzo. Eppure, complice l’estate, l’onda lunga del turismo di massa e la smodata voglia di monetizzare ogni singolo granello di sabbia, può capitare di assistere, nel Salento e dintorni, a fenomeni di autentica ‘lievitazione’ non solo della pasta infornata e biscottata, ma anche dei listini, capaci di raddoppiare o triplicare nello spazio di pochi metri vista mare”.  

Secondo il , “capita così che una semplice frisella condita al volo arrivi a costare tranquillamente 8 euro. E se poi decidiamo di farci prendere la mano dalla tentazione del gourmet – aggiungendo due fette di melanzana sott’olio, un velo di mozzarella, del tonno e pomodori freschi – ecco che la modesta frisa spicca il volo arrivando, talvolta, a toccare quota 17 euro per singola porzione. Un prezzo che, ‘elevando’ la frisella da patrimonio della tradizione contadina a esercizio di alta finanza balneare, potrebbe credibilmente accreditarla nei listini del Billionaire”.  

 

“Alla fine dei conti, però, passa e la realtà resta. Che la si compri per pochi centesimi dal fornaio di paese o che la si paghi diciassette euro sotto una tenda di lino bianco, la sostanza non cambia: la frisa non ha alcun bisogno di nobilitazioni artificiose o di listini da cercatori di pepite per brillare. Il suo vero lusso sta tutto nella sua incorruttibile semplicità – osserva – Richiede quel piccolo, antico rituale domestico: il tonfo nell’acqua, il calcolo esatto del tempo di ammollo per restituirle la giusta consistenza, morbida fuori e tenacemente croccante al cuore. Poi arriva il condimento, che è un atto di fede nella Dieta Mediterranea: il pomodoro rosso che rilascia il suo succo, il profumo dell’origano, l’olio extravergine buono che lega ogni cosa”.  

“Il vero piacere della frisa non si misura sul posizionamento di , ma in quel gesto , genuino e irrinunciabile: leccarsi le dita dopo aver raccolto le ultime briciole bagnate d’olio e succo rimaste sul fondo del piatto. È lì che si misura la vera primazia di un cibo povero ma perfetto, dove la misura, il gusto autentico e il rispetto della tradizione battono qualsiasi pretesa anomala e posticcia”, conclude.  

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

Potrebbe anche piacerti

error: © Riproduzione riservata